Fear Factory: Genexus

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Tanto per ricordarci che invecchiare, per fortuna, non è grave, riecco i Fear Factory con Genexus, un altro ‘azzeccato’ tassello della loro carriera ormai più che ventennale. Considerati fra i fondatori dell’industrial metal, ma con un sound che si è regolarmente evoluto nel tempo con caratteristiche tipiche fino a garantire riconoscibilità, i nostri proseguono il discorso intrapreso con The Industrialist e che rispecchia una delle tematiche più care a Dino Cazares, cioè il dominio della macchina sull’uomo e le sue implicazioni. Quanto al suddetto sound, non sarà più necessario fornirne descrizioni: esso è sempre ‘tempestoso’ e ribollente e non deluderà neanche stavolta i fan abituali della band. Lo attesta già la prima traccia,  “Autonomous Combat System”, la cui intro quasi ‘gotica’ cattura  l’ascoltatore per poi scaraventarlo  nel mondo sconvolgente dei Fear Factory: alternando la ritmica diabolica e la chitarra robusta di Cazares con un refrain assai accattivante il brano risulta decisamente piacevole. “Anodized” procede nella medesima direzione assestando colpi bassi e scoppiettanti abbinati a vocalizzi supergrezzi  da un lato e dall’altro confondendo le acque mediante un ritornello melodico adorabile, con una tecnica che, come si diceva, è diventata caratteristica. Altra intro impegnativa per “Dielectric” che imbocca poi con decisione la via più ‘tosta’, fatta eccezione per il ritornello, naturalmente; in “Soul Hacker” ciò che letteralmente ‘schiaffeggia’ è la batteria – si è letto, fra l’altro, che vi si troverebbe Deen Castronovo dei Journey! – e gustoso appare il contrappunto con certi passaggi alla chitarra veramente ‘morbidi’: a questo punto si potrebbe dire che le sonorità più fredde dell’’anima’ industrial cedono il passo ad una formula più vicina al classico metal. Di “Protomech” va evidenziato se non altro il finale al pianoforte, che va a chiudere alcuni minuti di furia scatenata con un pathos romantico del tutto inatteso, mentre la title track rispecchia l’abituale alternanza fra la violenza – del mondo industriale! – e melodici momenti cantati. Delle restanti voglio citare “Church Of Execution” con il suo sapore di ‘macchina’, forse la più intrisa di industrial del lotto e la conclusiva “Expiration Date” sorprendentemente diversa da tutte le altre: un ‘esperimento’ mainstream davvero insolito, facile e melodico ma non privo di suggestione, soprattutto nel finale teso e doloroso, come se, in fondo, anche i mostri del ‘cyber metal’ avessero bisogno di un momento di abbandono.

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