Heilung: Futha

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Paragonati generalmente ai Wardruna per l’appartenenza ad un genere – definito pagan folk, medieval folk o con altre analoghe etichette – gli Heilung hanno pubblicato quest’anno un bellissimo album, Futha. Il trio nordico – Christopher Juul, Kai Uwe Faust, Maria Franz – è in attività dal 2014 e, da allora, è noto per le sue scelte coraggiosamente colte e per il costante riferimento a tradizioni antichissime di cui ci tramanda scenari e contenuti, da un lato personalizzandoli in base all’ispirazione, dall’altro mantenendo la fedeltà a forme in parte perdute: tipico, in questo senso, l’utilizzo di strumenti che, probabilmente, sono stati davvero impiegati durante l’età del ferro, come percussioni, ossa o lance. Si comprende così quanto la musica degli Heilung rappresenti effettivamente un’esperienza, sia all’ascolto sia, soprattutto, nelle esibizioni live, in cui la band, mediante supporti di vario tipo, arricchisce i suoni offrendo sensazioni indescrivibili. Il titolo Futha, come essi stessi spiegano, richiama la parte iniziale della maggioranza delle iscrizioni runiche e sarebbe connesso con la fertilità e le capacità risanatrici del genere femminile. Talvolta più ostici rispetto alla sonorità dei colleghi Wardruna, i brani di Futha hanno una sostanza magica e suggestiva che affascina e, allo stesso tempo, inquieta. Si prenda l’opener, “Galgadr” e il suo esordio con tonalità vocali abrasive e stranianti che si ‘agganciano’, poi, a suoni misteriosi ed evocativi – ma non mancano effetti acustici dal sapore ‘ferino’ o rituale – riuscendo a ‘saturare’ l’atmosfera di arcani turbamenti: tutto questo per oltre dieci minuti! Subito dopo, in “Norupo”, il clima opprimente è diluito in uno scenario armonioso, addolcito da limpidi canti femminili ma “Othan” – altri dieci splendidi minuti! – scandita da percussioni tribali, si avvale sia di toni corali che sanno di nordiche cerimonie sia di tesi momenti ‘gutturali’ e “Traust”, appena più breve, sperimenta sonorità ‘atmosferiche’ che fanno da sfondo a delicati giochi di voci. Poi, ancora paesaggi tribali ad accompagnare un suggestivo spoken-word in “Vapnatak” mentre l’ipnotica “Svanrand” propone visioni intrise di magia e “Elivagar” inquieta nuovamente con toni di oscurità impenetrabile; “Elddansurin” sembra richiamare celebrazioni dell’era vichinga. Infine, a concludere questo lavoro di indescrivibile fascino, la lunga “Hamrer Hippyer” ci trasferisce in un mondo di natura selvaggia, nel quale ritrovare – forse – le nostre radici.

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