Jeremy Tuplin: Violet waves

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Inglese del Somerset, Jeremy Tuplin giunge con Violet waves alla terza fermata di una carriera che mostra segni di consolidamento, aprendosi ad un futuro che potrà riservargli/riservarci non poche soddisfazioni.  

 Un disco che possiede un suo corpo, assicurato dalla presenza di una backing-band rodata, la Ultimate Power Assembly che nella grandiosa ragione sociale rimanda ai progetti elaborati nei tardi sessanta/inizi settanta da suoi illustrissimi predecessori e che nella corale opener “Back from the dead” fa bella mostra di tutta la sua coesione (un piacevolissimo rock’n’roll svagato). Violet waves si allunga pigro come le prime ombre serotine preannunzianti le tenebre, a chiudere un pomeriggio di inizio autunno ancora caldo, troppo caldo per la stagione (“Space magic”). Con il sottoscritto, Tuplin vince facile già alla seconda canzone di una track-list che ne conta complessivamente dodici (a parte una, non superano i duecentoquaranta secondi): “Break your heart again” evoca lo spirito dei Roxy Music, quelli del periodo ‘73/’75 chiuso da “Viva!”, quelli con Eddie Jobson. Ferry e compari che se la spassano trascorrendo un day-off dalle parti di Nashville. Ancora melassa glam-rock a ricoprire la struttura delicata di “Killer killer”, ove trova adeguato spazio la bella voce di Pearl Fish. A tratti emerge la vena cantautorale che intimamente impregna l’animo delicato di Tuplin (“She speaks to me”), il quale si trova a suo agio in queste situazioni che si appropriano di un proprio e definito spazio (“Violets are blue”). Un disco che scivola via veloce, Violet waves, lasciando però un segno, una traccia del suo passaggio, come un rivolo d’acqua incide la superficie d’una pietra porosa. Retrò? Anche, ma non indispone la visione complessiva ancorata al passato, perchè Tuplin guarda avanti, ai prossimi passi. La purezza elegiaca di “Swimming”, il folk e la psichedelia tutti britannici che emergono in superficie richiamando a i tormenti dell’esistenza (“Cool design”, con il violino di Maris Peterlevics che cita con giudizio e pudore, ancora una volta, Eddie Jobson, ed aggiungiamoci pure la disillusa “The idiot”), consegnandoci al finale di “When I die, etc.”, un traccia che s’accartoccia su se stessa, anticipata da una altra scheggia dark che sta poco più su, quella “Saly’s in a coma” dai colori pastello. Anche su “When I…” si riaffacciano i Roxy Music, qui meno inclini ai lazzi e più introspettivi, accompagnandoci all’epilogo, ed è vera gloria.

Amici miei, sarà il periodo che stiamo vivendo, ma raramente negli ultimi mesi un disco m’ha coinvolto come Violet waves! 

 

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