Con The journey Helfir assume i contorni di progetto ben delineato, confortando la tesi già espressa che Luca Mazzotta sia un ottimo compositore, oltre che attento esecutore. Il disco si apre con le scorie depechemodiane e l’elettronica dolente di “The game”, la quale palesa similitudini concettuali con quanto espresso recentemente dai Sun’s Spectrum, introducendo un disco vario nei contenuti ma omogeneo nella narrazione. The journey è partito in tre capitoli per un totale di undici canzoni, tra le quali più d’una meritano una citazione a parte, tra queste “Clouds” che rimanda agli Anathema più devoti alla causa pink-floydiana, episodio che pur palesando similitudini evidenti si fa apprezzare per la qualità del tessuto sonoro e per l’interpretazione di Luca. “In the pale land” si apre con un mesto rintocco di campane, il prosieguo disvela una ballata dolente, “The gathering” è incasellabile nel filone del neo-prog-metal, coinvolge la prova vocale di Luca, “No escape” cita i Katatonia, “Tied to the ground” poggia su d’un tappeto strumentale nervoso ed oscuro, il finale affidato a “Silent path” ospita alla voce Tamara My. Grazia che stempera la tensione generata dall’incedere maestoso delle chitarre, mai così prossime nell’approccio ai Tiamat. Sono solo episodi, The journey è, ribadisco, opera unitaria, prosecuzione e perfezionamento di una linea evolutiva tracciata già all’epoca dell’esordio “Still bleeding” (2015). Non v’è dubbio che Helfir rappresenti uno dei nomi più interessanti del panorama rock italiano.