Meno di un anno dopo il precedente Sporer è uscito Gravrost, il secondo lavoro del progetto Domjord dello svedese Daniel Rosten. Se già il primo album ha raccolto pareri assai positivi anche da parte di chi, in effetti, è stato preso in contropiede da questa nuova anima di Rosten, attivo in passato per lo più in ambito black metal (Marduk, Mortuus, Funeral Mist), di Gravrost si è parlato ancora meglio. Le ragioni sono molteplici: l’eclettismo e la competenza musicale di cui Rosten dà qui prova sono più che una conferma e l’utilizzo di un’ampia scelta di stili abbinata in una quantità di combinazioni mostra fantasia e voglia di sperimentare; eppure si tratta di un disco di elettronica interamente strumentale, che gioca soprattutto con le atmosfere e le immagini evocate dai suoni. Ammirevole resta infatti la capacità ‘narrativa’ di una musica che, mantenendo costantemente un’impostazione minimale, sa farne derivare suggestioni visuali analogamente a un racconto fatto di parole, con una spontanea attitudine ‘cinematica’ che non è facile da trovare neanche negli autori di colonne sonore. L’opener “Övergång” esordisce con suoni cupissimi scanditi a passo di marcia ma curiosamente intervallati da lenti, tristissimi passaggi. Subito dopo, “Andrum”, uno dei pezzi più variegati, presenta un teso scenario da film dell’orrore e “Dödsdans” incalza con impetuose tastiere ‘futuribili’ che fanno pensare a certo Philip Glass; la title track indugia su sonorità ambient scure e minimali, che favoriscono inquietanti riflessioni. Ma “Järn” riporta poi inattesi suoni ‘squillanti’ in un paesaggio singolare che conduce quindi a uno dei brani migliori, “Farsot” dominato da un mood ‘cinematico’ in forma quasi maestosa, con un andamento vagamente geometrico. La chiusura è affidata a “Undergång” e alla sua struttura complessa alla quale concorrono molti spunti diversi: passaggi elettronici impetuosi si alternano a momenti più pacati e meditativi, colori lugubri si susseguono a orizzonti ‘cosmici’ in un amalgama emozionante che regge fino alla fine senza una sbavatura, a ribadire il giudizio soddisfacente sull’intero album.