Il nuovo album degli AFI, l’undicesimo in studio, ci conferma quanto di buono proposto in precedenza dal Blood Album, raggiungendo una coerenza ed una continuità di suono invidiabili.

Bodies infatti è un susseguirsi di undici tracce, senza passi falsi o riempitivi, dalle quali fuoriesce molta personalità e la consapevolezza, da parte della band, di aver raggiunto una maturità artistica per nulla scontata. I nostri infatti dal fantastico Sing The Sorrow, spinsero l’acceleratore sulla componente wave del loro suono, mantenendo però sempre ben salda l’energia del punk (all’epoca vennero indicati come goth-punk, definizione che non è mai piaciuta alla band, e che a dir il vero sta molto stretta).

Il frontman Davey Havok non ha mai nascosto la fascinazione che su di lui ha sempre avuto la musica goth, in particolare modo i Cure ed il connazionale Rozz Williams, con il quale Havok ha in comune un’innata capacità: il gusto irresistibile per la melodia. I suoi progetti paralleli quali Dreamcar, band new wave molto 80’s che ha nella line up i membri dei No Doubt (eccetto Gwen Stefani), o il duo elettronico Blaqk Audio con il fido Jade Puget (altro membro fondamentale degli AFI), negli anni hanno determinato una crescita artistica di Havok che si riflette in tutto lo splendore di Bodies.

I primi tre brani “Twisted Tongues”, “Far To Near” e “Dulceria” -quest’ultima scritta con la collaborazione di Billy Corgan-, sono da knockout. Non fosse che, subito dopo, compaia quello che ritengo essere l’apice del disco, ovvero “On Your Back”: 2:21 minuti che racchiudono un’energia pazzesca, avvolta da una malinconia dolcissima, impreziosita da una performance canora di alto livello.

Raggiunto l’apice,  Bodies fortunatamente non mostra segni di cedimento e dall’elettronica di “Escape From Los Angeles”, si passa con disinvoltura dalle atmosfere molto Cure di “No Eye”, a linee di basso a la Joy Division di “Death Of  The Party”, sino a raggiungere vette di intimità con brani quali “Back From Flesh” e la conclusiva “Tied To a Tree”.

Finito l’album, si ha subito la voglia di riascoltarlo perché è allo stesso tempo accattivante  ma tutt’altro che banale. In sostanza perché suona dannatamente AFI.

Non possiamo che augurarci di vederli molto presto in Italia, per apprezzare ache dal vivo questo gioiello.