Corde Oblique

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Riccardo Prencipe, ideatore del progetto Corde Oblique, attivo fin dal 2000 nella scena folk/ethereal italiana, è arrivato al suo quinto lavoro discografico, The Stones Of Naples, uscito da pochissimo con la Prikosnovenie. Il progetto conta all’attivo già cinque album a partire dal 2000 – di cui i primi due col nome di Lupercalia -, i quali hanno riscosso un notevole successo nei confronti del pubblico e della critica. A marzo del 2009 esce il nuovo album, The Stones of Naples, che prende il titolo dall’omonimo libro della storica dell’arte Caroline Bruzelius, che ha condotto studi sull’architettura medievale di Napoli: un chiaro riferimento, dunque, all’importanza che la storia di questa città riveste da sempre nell’immaginario di Riccardo. La band, per promuovere i nuovi brani, sarà impegnata nei prossimi mesi in una serie di concerti, dei quali il più atteso è quello del 30 maggio al Wave Gothic Treffen a Lipsia.

© www.cordeoblique.com

Riccardo, in questo tuo nuovo lavoro, una su tutte, quale è stata la tua principale fonte di ispirazione?

Le radici primitive della mia terra, il suo essere così antica, il suo sapore così pungente, l’immenso serbatoio di cultura che essa dovrebbe rappresentare. Una su tutte: la voglia di riscattarne la bellezza.

Cosa vorresti che provasse una persona ascoltandolo, che sensazione vuoi comunicare?

Il mio obbiettivo ideale sarebbe risvegliare in chi ascolta i miei brani l’interesse verso il passato; spesso purtroppo si immagina un passato fatto di cose inesistenti, un po’ troppo fantasy… ma la realtà non è meno bella della fantasia, quindi meglio passare il tempo a cercare di conoscere la concretezza del passato, piuttosto che a favoleggiare. Se dopo aver ascoltato “Casahirta” l’ascoltatore è invogliato a visitare Caserta vecchia e a capire che alcuni stilemi estetici possono servire a combattere il volgare che invade gran parte del presente, il mio intento allora è riuscito.

C’è un brano che ti piace in particolare?

“Venti di sale”, scritto dopo un concerto a Torre Annunziata, in un teatrino assai dismesso, dalle cose più piccole nascono le cose più belle. Colgo l’occasione per ringraziare i ragazzi che organizzarono quel bel concerto, piccolo e sanguigno.

E uno la cui nascita è stata molto sofferta?

“La città dagli occhi neri”, in origine doveva essere dedicata all’antica porta federiciana di Capua; avevo scritto il testo durante una conferenza sull’argomento, ma il risultato appariva molto ostico, quindi ho buttato giù tutto e ricostruito.

A differenza di alcuni artisti, tu curi moltissimo i testi dei tuoi brani: quanto pensi sia importante il testo? Nei tuoi brani nascono prima le parole o prima la musica?

La mia metodologia varia di continuo: ho una sorta di taccuino su cui scrivo tutti gli appunti, selezionandone i migliori in un secondo momento, la difficoltà sta nella cernita; è anche un lavoro di artigianato, di industria, il momento bruciante è solo la prima fase, dopo però viene il mestiere.

Nei tuoi pezzi vi sono molti riferimenti al mare, alla terra, al vento: si avverte un grande legame con questi elementi primordiali, e con la tua terra in particolare, a partire dal titolo dell’album. Ti senti indissolubilmente legato a questi luoghi, nel bene e nel male?

Purtroppo sì, dico “purtroppo” perché crescendo forse sto diventando assai più malinconico e nostalgico nei confronti della mia città; se me ne andassi soffrirei molto di malinconia verso i molti amici che ho, verso i luoghi e verso gli odori. Fino a dieci anni fa sarei stato pronto ad andarmene da qui senza alcun rimorso, oggi mi sarebbe assai più difficile. Sono però convinto che se me ne fossi andato avrei scritto cose molto diverse, in fondo sono sempre quel bimbo cresciuto tra le rovine di Baia, che mio padre mi portava a visitare di continuo, lo ringrazio ancora.

Corde Oblique è un progetto ideato da te e sei l’autore della quasi totalità delle musiche e dei testi dei tuoi album: come ti senti a lavorare da solo, avvalendoti di volta in volta della collaborazione di artisti diversi? Come mai hai scelto questa dimensione artistica e compositiva?

Sono nato musicalmente “single”, l’ho capito col tempo, tuttavia i momenti dei live sono ore bellissime in cui mi piace sentire tutti gli altri coinvolti, e di fatto lo sono, in quanto il risultato è quello è merito di una forte interrelazione tra compositore ed esecutore: due esecutori diversi possono cambiare le sorti di un brano. Devo moltissimo a ciascuno di loro, hanno dato sale e sapore a tutto quello che ho scritto e l’hanno fatto col cuore. Vorrei ringraziare in particolar modo il musicista e amico Luigi Rubino, che ha fatto un magnifico lavoro al piano, sia di interpretazione che di elaborazione: lui è anche co-autore di uno dei brani più belli del disco (“Like an ancient Black and White moovie”), e ovviamente stesso discorso va fatto per il violinista Edo Notarloberti.

Che evoluzione pensi abbia avuto il tuo percorso artistico in questi anni, quale percorso creativo hai seguito?

Ho seguito il percorso di chi butta nel pentolone qualsiasi esperienza di vita: non esiste una gerarchia di emozioni, tutto va sposato con la propria creatività, dal senso dell’ironia (aspetto sacro ed intoccabile della mia vita) alla densità della poesia di Dino Campana (tanto per citare un esempio).

Dal 2000, quando hai iniziato a fare parte della scena goth/folk italiana, pensi che essa sia cambiata? E come?

Devo essere sincero: mi sono avvicinato a questo mondo perché lo vedevo popolato di gente che apprezzava la cultura in tutte le sue forme, che si addentrava nel sottobosco delle cose; oggi vedo tante persone un po’ disorientate e soprattutto vedo poca differenza sostanziale tra i cosiddetti “alternativi” e chi ha tra i suoi ideali: calcio, macchina e capi firmati. Vestire di nero in passato era la punta di un iceberg che sottintendeva tante altre cose, ora non so più se c’è dell’altro, e temo di scoprirlo. A questo va anche detto, per giustizia, che personalmente conosco molti casi di gente sveglia, ma si tratta di casi, prima in questa scena essere svegli e attenti era la norma. Mentre dico queste cose mi sento un po’ come i miei nonni, che dicevano sempre che prima le persone erano più intelligenti e ora lo sono di meno… forse non è così, forse lo è… forse sono il primo ad essere disorientato, chissà.

Un’ultima domanda prima di lasciarci: in quest’epoca in cui tutto cambia – e spesso in senso negativo – come vedi il futuro della musica?

Vedo il presente più nero che mai, spero che il futuro (non troppo remoto) sia pieno di luce.

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