Apoptose: Ana Liil

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Davvero interessante questo Ana Liil, l’ultimo album del progetto tedesco Apoptose, dietro cui si cela il genio di Rüdiger, poliedrico musicista attivo già da diversi anni nell’ambito dell’elettronica e dell’ambient, sperimentatore instancabile di  suoni insoliti e dalla provenienza più svariata. I conoscitori del genere avranno quindi avuto l’opportunità di apprezzare i precedenti cinque lavori che, del resto, hanno ricevuto dalla critica numerosi elogi. Ana Liil, come già accaduto in passato –  si veda per esempio Schattenmädchen del 2007 – è incentrato su una misteriosa figura, generata dall’immaginario dell’artista, alla quale fanno riferimento le atmosfere cupe ed inquietanti delineate dalla musica. Lo stile appare meno ritmato e, molto più di frequente di altre volte, è presente il cantato: certi passaggi sembrano infatti appartenere ad una coldwave di stampo ‘vintage’. La prima traccia, “Meer Der Ruhe”, esordisce con limpide, tristissime note abbinate a remoti suoni che paiono tratti dalla natura, a sorprendenti echi e ad un’angosciante voce infantile: il brano è davvero bellissimo ed evocativo benché decisamente spettrale. Segue “Ich Verbrenne”, in cui un ‘vellutato’ canto femminile è sorretto da un austero accompagnamento al synth in stile ‘elettronica tedesca’ e poi la title track opta per sonorità assai lugubri con voci irreali e disincarnate. “Fernsehen” resta in ambito elettronico e ‘sintetico’ mostrando legami con la scuola dei Kraftwerk cui sembra alludere anche la parte vocale e più o meno lo stesso può dirsi per le successive “Adrenalin” e “I Say Seven” benchè la prima si distingua per una sorta di efficace coro di solennità ‘classica’ e la seconda, nonostante la voce ‘robotica’ che scandisce numeri – quasi una citazione! – suoni decisamente più tetra del riferimento. Pervasa di cupa tristezza appare anche “Hiding” in cui sono chiaramente presenti elementi industrial che ‘sposano’ il bel cantato femminile in perfetta armonia; delle ultime due, “Forget Your Face” e “Schnee”, segnalo soprattutto la seconda, in cui ritorna la voce infantile che, riallacciandosi alla prima traccia, pare galleggiare in una nebbia infinita carica di struggimento. Termina così un disco che reputo fra i più belli, finora, del 2014…

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1 comment

  1. Vernon de Vere 23 Agosto, 2014 at 10:51

    Concordo con te: UNO DEI DISCHI PIU’ BELLI DEL 2014.Conoscevo già da un pò gli APOPTOSE ma quest’album mi ha letteralmente rapito. Un gruppo che riuscendo anche a conferire dolcezza e leggerezza alla lingua tedesca si affranca dai rigidi confini della sonorità per esplorare la poesia.

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