Apoptose: Die Zukunft

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Lo scorso 31 ottobre ci ha portato, oltre alle zucche di Halloween, una delle release più attese del 2018: Die Zukunft è  l’ultimo album del progetto Apoptose, nato negli anni ’90 intorno alla figura del tedesco Rüdiger. Nel 2014 ci eravamo già occupati del precedente Ana Liil, grandissimo disco, presente in tante classifiche di siti specializzati. Rüdiger pubblica quest’anno il sesto lavoro e, nell’ultimo ventennio, ha esplorato molti campi dell’elettronica dark spaziando, ‘contaminando’ e sperimentando con suoni campionati nel corso del tempo e riutilizzati al bisogno, da artista poliedrico quale è, fino a raggiungere risultati estremamente suggestivi; la sua musica, formalmente collocata nel ‘calderone’ del dark ambient, se ne è spesso allontanata con l’introduzione di variazioni insolite per il genere, come anche di parti cantate che egli ha affidato a differenti vocalist – in Die Zukunft principalmente il tenore tedesco Daniel Sans – creando ogni volta effetti particolari. Die Zukunft regge bene il confronto con Ana Liil: se quest’ultimo ‘ruotava’ intorno ad una indecifrabile figura femminile, ora invece al centro dell’ispirazione sono la desolazione e la confusione che caratterizzano il nostro mondo quotidiano. Il disco contiene otto brani che vanno ascoltati in sequenza e, inutile dirlo, con la giusta disposizione d’animo. Apre “Two Hours” con una sorta di caotico, inquietante vociare che precede grevi sonorità elettroniche ed un cantato/parlato ripetitivo, dai toni distanti e robotici: si profilano scenari assai cupi. Subito dopo, uno degli episodi più singolari dell’album, “What Power Art Thou (Cold Song)” che faceva parte dell’opera King Arthur scritta da Henry Purcell nel XVII secolo con le parole del poeta/drammaturgo John Dryden: la rilettura di Apoptose in chiave ‘post-industriale’, con la voce tenorile di Sans ad animare il quadro, non può non affascinare. “Time-lapse City”, uscita anche come singolo, è una mirabile combinazione fra ambient atmosferico e darkwave metropolitana, dai colori scurissimi tuttavia accattivanti per il clima visionario di cui è pervasa, con la parte vocale di Stephen Carpenter già presente in altre produzioni del nostro mentre “Medizin” opta per un contesto sinistro e inquietante, popolato da enigmatici sussurri; “Dornen” è un brano fra i più belli, diviso ancora una volta fra sonorità ambient e wave impreziosito, oltre che dal canto tenorile, da splendide voci femminili. Poi, bypassate le modalità fra il solenne e il marziale di  “Das Jenseits” e la suggestione ‘cosmica’ di “Au Ciel”, la conclusiva title track chiude con tetri scenari futuribili, ravvivati da un coacervo di voci un album da apprezzare senza riserve.

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