Psycho Kinder: Diario Ermetico

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Diversi anni sono passati da quando, su queste pagine, segnalavamo l’uscita di un singolo autoprodotto, Psycho Kinder, pubblicato dall’omonimo progetto, all’epoca ancora sconosciuto. Non immaginavamo, allora, che Psycho Kinder si sarebbe così positivamente evoluto da diventare un piccolo ‘culto’, guadagnandosi un seguito forse non vastissimo ma sicuramente affezionato, che attende con interesse ogni nuova uscita. Oggi vede la luce Diario Ermetico, album che presenta una inedita, illustre collaborazione del fondatore Camilletti: quella con Federico de Caroli, in arte Deca, storico sperimentatore di suoni in campo elettronico oltre che splendido pianista, il quale unisce qui l’esperienza e la felice ispirazione musicale alle dure, spesso inesorabili liriche, nucleo ‘pulsante’ dell’idea ‘Psycho Kinder’. E’ come se Psycho Kinder si rinnovasse ogni volta, cambiando arrangiamenti e, in parte, stile, ‘ripartendo’ per affidare il successivo ‘capitolo’ ad altri musicisti, perchè interpretino con la loro personalità i contenuti veicolati dai testi: al centro resta la sensibilità di Camilletti a ‘produrre’ e diffondere parole, a volte tristissime a volte meno, belle e sincere, che sempre lasciano il segno in chi ascolta. In questo Diario Ermetico, in verità, troviamo non tanto invettiva quanto intimismo, più introspezione e meno polemica: lo stesso autore parla in effetti di ‘diario’ – un racconto, se vogliamo, privato – come di una formula per dare espressione e voce ad un vissuto doloroso, rappresentandolo mediante versi lineari, incisivi e sintetici. Le tracce non hanno titolo se non un numero, che le ‘dichiara’ parte di un concept; ciascun testo, formato solo da poche righe, resterebbe, forse, distante se, ad animarlo, non intervenisse la musica, che lo sposta dal piano dell’astrattezza a quello della percezione più profonda. A proposito di quest’ultima, qualche osservazione è d’obbligo: i suoni creati da Deca oltrepassano con disinvoltura i limiti posti da genere o categoria e si rivelano armonia e linguaggio al tempo stesso. Accordati perfettamente con le parole, accompagnano e ‘potenziano’ la riflessione senza esserne dipendenti, comunicando, in felice autonomia, vita e bellezza, dolore e tormento, confusione e oscurità. Se la prima traccia esordisce brevemente con un teso paesaggio ambient, rispecchiando le tetre ‘zone inesplorate’ del testo, la seconda diffonde un concentrato di emozione, generata da uno struggente pianoforte che, una volta ascoltato, resta scolpito nella mente insieme alla rassegnata malinconia del ‘racconto’. Nella terza torna, quasi fugace, un momento di tensione ‘elettronica’, espressione di un’inquietudine che si manifesta anche nella ripetizione vocale di un’asciutta, forse interlocutoria, frase e, subito dopo, la sofferenza lacerante delle parole – la quarta traccia è l’unica in cui Camilletti cede la penna a Luca Ormelli – si manifesta compiutamente in funebri note, sobriamente cadenzate. I quattro versi della quinta sono quindi collocati in un’atmosfera elettronica quasi orrorifica, esasperata dalla ritmica ‘marziale’ mentre il seguente, suggestivo ‘frammento’ è evocazione e rimpianto in parole e musica, con tanto di indimenticabile giro di piano; nella 7, poco più di un minuto di ansia sospesa e palpitante serve a illustrare esplicita volontà di ricerca: ‘le parole/escono/dagli occhi/e migrano/vive/a cercar vita’. Poi, dopo un piccolo intermezzo ‘distruttivo’ ben rappresentato dalle severe ma efficaci ‘pennellate’ ambientali, per un minuto, al numero 9, è la musica sola a ‘parlare’, sia pure con il ‘lessico’ del rumore e della ripetizione, prima che il nostro riprenda il suo ‘discorso’ con energiche, accorate frasi abbinate a ‘perfide’ sonorità ‘fischianti’. Nell’undicesima traccia, voci emblematiche tratte da Solaris di Tarkovskij, Il posto delle fragole di Bergman, El Topo di Jodorowsky nonchè da una lettura di Ezra Pound effettuata da Pasolini, insieme ad uno sfondo elettronico cupo e straniante, sostituiscono la virile declamazione di Camilletti: risultato assai singolare. L’album termina con una inattesa ‘condanna’ della parola: nella solennità di un denso e imponente scenario ‘ambientale’ sono i silenzi ad essere ‘sospirati’ poichè ‘furono/sacrificati/sull’altare/del Mondo’… l’ultimo ‘rigurgito’ di emozione suscitato da un lavoro di gran classe.

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