Psycho Kinder: Epigrafe. Post-industrial Tapes

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Mentre per tanti gli ultimi mesi sono un periodo da dimenticare c’è chi, invece, ha sfruttato il forzato isolamento per produrre musica e poesia. Esce quindi Epigrafe. Post-industrial Tapes, un nuovo album di Psycho Kinder, ancora una volta in veste diversa: rimangono le liriche create, per la maggioranza, da Alessandro Camilletti, anima del progetto, e i suoni sono affidati ad un gruppo non del tutto inedito: qualcuno dei musicisti ha già collaborato in passato, qualcun altro invece lo troviamo per la prima volta. Sorprendentemente, ora la parola poetica è abbinata a sonorità industrial: una scelta insolita per Psycho Kinder anche se, dopo l’elettronica oscura di Diario Ermetico, musicato da Deca, e il singolo Un disegno infantile, cui ha lavorato Lino Capra Vaccina, forse avremmo potuto aspettarcelo. Che la formula industrial sia adatta ad esprimere stati d’animo cupi e dolorosi quali gli eventi di questo 2020 hanno generato beh, si può comprendere, e possiamo immaginare che l’ispirazione di Camilletti abbia risentito del clima non proprio sereno. Le sue parole sono brevi, forti, importanti. Parlano di esistenza e solitudine, riflessioni profonde e malessere: in qualche modo, si può dire che diano anche forma alla pandemia che stiamo vivendo. L’unico testo che non proviene dalla penna di Camilletti, quello del “Tape 8”, risale allo scrittore e filosofo Carlo Michelstaedter, morto suicida a 23 anni: poco più di una riga, sulla quale si può solo meditare. I musicisti presenti in Epigrafe sono tutti quanti noti: Moreno Padoan, autore degli angosciosi e martellanti suoni del “Tape 1”, è artista eclettico, sperimentatore instancabile e fondatore dell’etichetta indipendente Xonar. Dopo di lui, troviamo uno degli storici sodali di Camilletti, Michele Caserta, che attribuisce allo scarno testo del “Tape 2” la valenza di un incubo fantascientifico, mentre di “Tape 3” si è ‘occupato’ il progetto veneto Ge-Stell, che ha aggiunto alle brevi parole ossessivamente ripetute robuste sonorità ‘cinematiche’; in “Tape 4” Giovanni “Leo” Leonardi, noto per Siegfried, Carnera e altro ancora, arricchisce le liriche pronunciate, stavolta, da Valeria Cevolani, di un paesaggio siderale e oscuro. Quindi, al quinto brano è Celery Price a regalare splendidi suoni evocativi e sospesi e in “Tape 6” torna Deca con orizzonti vasti quanto indecifrabili, linee di confine di un mondo ostile, ove la voce ‘galleggia’ come smarrita; delle ultime due tracce, la settima, strumentale, a cura di Giorgio Mozzicafreddo, è una visione ‘industriale’ inquietante e vagamente allucinata, mentre la conclusiva “Tape 8” chiude con i tormentati ‘deliri’ di Maurizio Bianchi e le parole di Michelstaedter di cui abbiamo detto, un album pregiato e singolare.

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