
Il fallimento dell’utopia. La città ideale che si trasforma in agglomerato di disperazione, di annullamento, di vuoto. Zingonia è il luogo ove si consuma la visione (“The vision”), un lento, inesorabile declino già decretato al concepimento stesso dell’opera. Di Zingonia e del suo velleitario abbaglio. La promessa che si trasfigura in fallimento. Miseria e cemento armato.
La fotografia di copertina è crudelmente illuminante. Misteriosa agli occhi di chi oggi la osserva, oscura, insignificante. Un obelisco, uno spillo slanciato che punta al cielo, simbolo esso stesso della desolazione, del vuoto, del disfacimento.

Zingonia – Fontana con l’obelisco
Terzo album per il trio bergamasco dei Magnitudo, dal titolo esplicito esso stesso, Materialism, il quale consolida la discografia registra le pubblicazioni di “Si Vis Pacem” (2016), di “Man Against Fire” (2018), e dell’ep “Scotoma’ (2023”) e che si articola in otto tracce ove il metal si spinge con determinazione ai suoi limiti estremi segnati dal post, fatto di frasi chitarristiche reiterate che avanzano inesorabili e tumultuanti nel deserto di sabbia mista a metallo. Rumori che offendono i sensi (“in_sterlude”), Pioggia di schegge che penetrano le coscienze stranite dalla propaganda, dalla promessa, dal sogno di un futuro che al contrario riserva vite meccaniche ed estraniamento (“Auferstanden aus Ruinen”). Una marea che sale sospinta dalla sezione ritmica, che quando si ritrae lascia dietro di sé una scia bituminosa, ribollente, malsana (“Soma”). La voce ridotta a rantolo disperato che sancisce la fine, il conseguimento di una verità ineluttabile, di un futuro che si spezza come le barre di metallo sottoposte ad una pressione immensa, incalcolabile.
Non c’è un suono, uno stile espositivo che meglio può farsi narrazione della rovina, come quello che i Magnitudo, con grande competenza, espongono in Materialism. Suono che si fa ammonimento, presagio, come quel solingo obelisco, eretto come simbolo di un progresso che impone, per il suo conseguimento, un inaccettabile, crudelissimo sacrificio. “The realm of no tomorrow” decreta la fine, il castigo. La libertà svenduta e svilita che si fa punizione.

