Avevamo incontrato The Infinity Ring nel 2023 in occasione dell’uscita di Nemesis & Nativity, album con cui il progetto guidato dal musicista americano Cameron Moretti si muoveva nei territori del dark folk contaminandoli con elementi noise, ambient ed elettronici e immergendoli in un immaginario oscuro, esoterico e rituale. Da allora il percorso del collettivo non si è certo arrestato: nel 2025 è arrivato Ataraxia, frutto di un progressivo ampliamento della formula originaria, mentre a distanza di poco più di un anno Moretti e compagni tornano già con The Isle of Skye, terzo capitolo di una discografia che, a questo punto, diventa davvero interessante. L’album conserva infatti molti degli ‘ingredienti’ che avevano caratterizzato gli esordi del combo, a cominciare dalla matrice folk e da quella fascinazione per simboli, miti e suggestioni spirituali che continua ad affiorare anche nei titoli dei brani. Il nuovo lavoro sembra tuttavia privilegiare una dimensione più organica e narrativa, nella quale la voce profonda e teatrale di Moretti assume un ruolo ancora più centrale: se ai tempi di Nemesis & Nativity il suo timbro aveva richiamato inevitabili accostamenti a Leonard Cohen, stavolta è l’ombra di Nick Cave a fare capolino, soprattutto per quel modo cupo e insieme enfatico di interpretare melodie che mantengono un fascino inquieto anche nei momenti apparentemente più quieti. Resta intatta, insomma, l’attitudine a costruire atmosfere dense e poco rassicuranti, ma The Isle of Skye sembra farlo con mezzi almeno parzialmente rinnovati e, forse, con una maggiore attenzione alla componente melodica.
Si parte con “Wielding Twilight” che svolge in effetti una funzione introduttiva: poco meno di due minuti aperti dalle note del pianoforte e dalla voce di Moretti, qui vicina allo spoken word, cui si aggiungono gli archi a conferire al brano un gusto quasi classico; l’andamento è lento e meditativo e anticipa con sobrietà i paesaggi del disco. E’ più strutturata la successiva “Asterion”, che ricorda piuttosto da vicino Nick Cave nell’impostazione generale e procede inizialmente con passo misurato, contraddistinta da una malinconica melodia: verso la metà, però, l’equilibrio viene improvvisamente spezzato da una sorta di forte deflagrazione dissonante, prima che la traccia recuperi la sua dimensione raccolta. Un’atmosfera ancora più desolata si ritrova in “Fist of Hyacinth”, sempre improntata a ritmi rallentati e segnata dalla presenza degli archi, ma soprattutto dominata dall’interpretazione di Moretti, la cui voce appare sofferta e dolente, quasi ripiegata su se stessa. In “All In God’s Hands” gli arpeggi iniziali accompagnano il canto cavernoso e tormentato lungo un andamento ancora una volta lento e scandito; l’arrangiamento si arricchisce però progressivamente nel corso del brano, assecondando le tonalità sempre più angosciate della voce e acquistando intensità. Il resto dell’album si mantiene sostanzialmente fedele alle stesse coordinate, senza particolari cambiamenti di rotta ma conservando la coerenza atmosferica che ne costituisce la peculiarità. A chiudere The Isle of Skye è infine “The Fountain”, lentissima e rarefatta, nella quale Moretti riduce la voce pressocchè a un sussurro, accentuando ulteriormente la natura dolente e intimista dell’opera e conducendola verso un finale volutamente dimesso e quasi estenuato.
The Isle of Skye conferma la personalità e le qualità interpretative di Moretti e si rivela un lavoro interessante, nonostante i tempi rallentati e le tonalità costantemente malinconiche lo rendano a volte un po’ faticoso.