Current 93: Black ships ate the sky

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Ver Sacrum Esistono alcuni personaggi che, in qualche modo, sono al di fuori della norma. Spesso capita che costoro, all’interno di gruppi ristretti, siano prossimi alla normalità; può però capitare che rimangano fuori dagli standard anche all’interno di questi ambienti più ristretti. Esistono inoltre degli artisti che, in qualche modo, lasciano un segno indelebile su alcune persone, riuscendo a pizzicare corde talmente nascoste e remote della loro sensibilità che li legano indissolubilmente a sé. Per quanto mi riguarda, una persona che ha entrambe queste caratteristiche è David Tibet. Personaggio cardine all’interno della scena musicale esoterica e del folk apocalittico, è stato in grado non solo di definirne gli elementi cardine ma anche di allargarne i confini secondo una poetica assolutamente personale e difficilmente imitabile. Devo dire che, a parte il concerto di Torino di un paio di anni fa, avevo un po’ perso i contatti con i Current 93 che, negli ultimi anni, hanno emanato una notevole quantità di registrazioni live, compilazioni e ristampe; ciononostante non hanno mai abbandonato completamente il cantuccio che occupano definitivamente nella mia coscienza. Questo Black ships ate the sky rappresenta un ritorno a posizioni più tipicamente folk rispetto alle ultime uscite del combo inglese, per le quali bisogna tornare indietro di qualche anno: penso alle trame angoscianti e minimali di Sleep has his house, all’ostico cut-up di The great in the small o al noise di Faust. Sarà forse per il ritorno in formazione di un tale Michael Cashmore, sarà per il lungo silenzio, certo è che quest’opera mostra uno stato di grazia invidiabile e, come spesso è capitato in passato, molto al di sopra della media delle produzioni del genere; per festeggiare il rientro, Tibet ha chiamato a sé una serie di amici e artisti che ama, che si cimentano con un inno, usato nella chiesa metodista, intitolato “Idumea”: i nomi vanno da quelli più famosi (Marc Almond, Cosey Fanni Tutti) agli artisti folk tanto amati da Tibet (come Shirley Collins o Bonnie Prince Billy). Il disco è ricco di una tenue sacralità, commovente e splendido nelle trame di chitarra acustica arpeggiata accompagnata da violino o violoncello; a tratti si aggiunge una leggera vena psichedelica ed elettrificata mentre in altri frangenti il suono si fa più scuro e cupo (come se ci fosse sorta di dark ambient acustica sullo sfondo), in altri ancora torna in primo piano la fisarmonica, regina di Sleep has his house ma queste caratteristiche nulla tolgono alla delicatezza complessiva dell’opera che è, a mio giudizio, di valore elevatissimo.

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