Sophya Baccini

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Venti anni fa vide la luce Presence, ensemble votato alla proposizione di un hard progressive elegante e sinfonico. Dischi pubblicati con parsimonia, nel nome di una cifra stilistica elevata e di una proposta destinata ad un pubblico attento, poco incline a dare ascolto alla voce della critica più tronfia, ed assai prudente nel praticare il facile giuoco della comparazione. Ora Sofia (o meglio, Sophya) si propone in veste solista e, come specchiandosi in una cristallina polla d’acqua, mette a nudo la sua anima. Perché una opera siffatta non prevede paraventi, ricetti ove celarsi qualora “qualcosa”, anche di imponderabile, non dovesse funzionare. Dalle sue parole cerchiamo di compenetrare più a fondo nell’intimo di Aradìa.

Foto di Davide Visca © www.sophyabaccini.com

Sofia, una curiosità, questo era il nome che hai “utilizzato” fino ad ora, per il tuo debutto solista ti presenti invece come Sophya. Segno di distacco dal passato, o semplice volontà di differenziazione?

Un po’ di entrambe le cose. Ultimamente sono molto cresciuta, come artista e come persona, e la decisione di propormi come solista rimanendo sempre nell’ambito del prog – che sinceramente non è un genere facile, e non abbonda di “presenze” femminili, scusa l’involontario gioco di parole – questa decisione, dicevo, seppur molto sofferta mi ha cambiato profondamente, proprio nell’essenza. Volevo sottolineare questa fase particolare della mia vita e della mia carriera in qualche modo. Non volevo cambiare nome, mi piace molto il suo significato di “sapienza”, così ho pensato di sostituire la F con un PHY greco, che tra le altre cose indica rinnovamento, rinascita. La pronuncia è rimasta uguale, ma l’aspetto è rivoluzionato.

Tanti anni trascorsi all’interno di un insieme portano inevitabilmente a delle considerazioni circa il ruolo del cantante nell’ambito del gruppo e, di conseguenza, quello del protagonista assoluto di un disco in solitaria.

Il cantante è sempre in primo piano in un gruppo, ma ci sono anche gli assoli degli altri componenti, e spesso sei chiamata ad interpretare e a capire quello che qualcun altro ha scritto, ed a farlo tuo. Quindi devi essere molto bravo a gestire questi due aspetti, non esagerare nell’esposizione ma nemmeno nasconderti dietro il lavoro degli altri. Anzi devi avere una funzione di trascinatore, specialmente nel rock… Quando ti presenti come solista non hai più scuse, né paraventi. Tutto quello che fai è comunque una tua responsabilità, e la prima cosa che ti si chiede, al di là del talento e delle doti tecniche, è una personalità fortissima e riconoscibile al primo fiato. E’ bello, bellissimo, ovviamente, ma anche molto, molto rischioso.

Inoltre è di poco tempo fa il parto più recente dei Presence (Evil rose), e non ti sei “risparmiata” come partecipazioni ad opere di altri insiemi (anche i Wicked Minds, se non erro), ma dove trovi il tempo da dedicare alle tue iniziative personali?

Prima di Evil rose i Presence hanno avuto un periodo di silenzio, durato ben sette anni, per motivi che sarebbe troppo lungo elencare. Il nostro ultimo lavoro, Gold, era uscito infatti nel 2001 e a parte una ristampa di The Sleeper awakes, il disco con l’orchestra del 1994, non c’era niente in programma e nulla faceva presagire che questo stato di cose sarebbe cambiato. Io senza cantare e scrivere non so stare nemmeno un minuto, figuriamoci sette anni… E’ stato allora che ho cominciato a tirare fuori dal cassetto melodie, idee, brani e temi che avevo accantonato lì in attesa di tempi migliori, e che usavo anche come miniera per arricchire il mio ruolo all’interno del gruppo. Ho ripreso anche gli studi di pianoforte, composizione, armonia, che avevo un po’ messo da parte per dedicarmi completamente alla voce. Quello che ne veniva fuori mi sembrava valido, nuovo… Ho continuato senza sapere bene cosa ne avrei fatto di quel materiale, ma mi ci sono appassionata come non mi succedeva più da anni. Poi è arrivato all’improvviso Evil Rose e sinceramente l’ho registrato ben volentieri, ma nel frattempo anche Aradìa aveva preso una forma concreta, e molte collaborazioni con altri gruppi come ospite – Osanna, Delirium, Tilion, Greenwall, WM, tra gli altri – erano già realizzate.

Aradìa è un concept album, una scelta impegnativa non solo in fase di creazione, ma pure in quella che segue, la sua diffusione. Presuppone infatti un pubblico attento, sicuramente più della media dei fruitori di musica, non solo rock, e di conseguenza magari più limitato nella sua consistenza quantitativa.

E’ vero, hai ragione, ma io non ci ho mai pensato… So che forse sto per dire un’eresia (di questi tempi!), ma io credo che quando un artista è autentico viene sempre premiato alla fine. E i consensi che sto ricevendo un po’ confermano questa mia idea. Avrei potuto scrivere qualche canzone e basta, ma non sarei stata io, e inoltre, ne sparo un’altra ancora più grossa, io credo molto nel potenziale di vendite del prog. Dopotutto il rock ha inventato la discografia come fatto, il disco come piccola opera d’arte, e il prog che dal rock deriva non è sempre stato un genere di nicchia, anzi ha scalato per anni le classifiche senza difficoltà. Per il pubblico che segue le canzoni commerciali escono montagne di prodotti ogni minuto, a che serve buttarsi in un mare magnum che inghiotte tutto senza conservarne memoria? Pensiamo anche un po’ a quelli che ogni tanto vogliono ascoltare qualcosa di profondo e ben curato in tutti i suoi aspetti, magari sorseggiando una buona birra e lasciando la mente libera di viaggiare per i fatti suoi, in buona compagnia…

Aradia, figlia di Diana portò la stregoneria sulla Terra. Il disco titola però “Aradìa”, coll’accento sulla i.

Mi sono imbattuta per caso in questo bellissimo mito della società contadina. Aradia, figlia di Satana e della dea Diana, quindi del bene e del male contemporaneamente, è destinata a diventare la prima strega della storia umana. Mi ha intrigato innanzi tutto lo scoprire che la stregoneria è nata in Italia, cosa che davvero non immaginavo. Poi sono rimasta affascinata da questo personaggio femminile così forte, che contiene i germi di tutto il sapere e può aiutare la razza umana a redimersi poiché lei sola è in grado di rabbonire il Diavolo, essendone fisicamente figlia. Non volevo però che tutto si riducesse ad una storia di streghe e sortilegi, perchè veramente è un campo troppo inflazionato e non era questo l’aspetto che volevo sottolineare. Piuttosto ho preso in prestito il nome e la sua potenza evocatrice per raccontare un concetto completamente diverso: la nascita dell’amicizia femminile, quindi di una reale emancipazione psicologica oltre che economica, che secondo me sta avvenendo ora, e soltanto ora, nella società occidentale. Può sembrare una cosa banale ma in realtà è incredibile. Una donna in grado di avere amiche, di provare quel sano sentimento di unione a volte più profondo dell’amore stesso è una donna di un altro mondo, è un’aliena, è rara. E nella sua nuova esistenza l’uomo – inteso sia come maschio che come genere umano – non ne esce svilito o sminuito, è anzi diventato un principio che soltanto adesso, dopo secoli di evoluzione, comincia a comprendere. E’ un concetto, è uno stato d’animo, è l’entrata in un mondo finora proibito. Ho cambiato quindi l’accento, Aradia è diventata Aradìa, e mi sono inventata la storia di questa donna che si snoda attraverso varie epoche e stagioni, saltando qua e là nel tempo e nello spazio, e che alla fine trova la sua ragione d’essere grazie all’aiuto di un’amica, Elide, che è il suo alter ego, la sua essenza, la sua voce.

L’ultima pagina del curatissimo booklet effigia una pietra (che “torna” al centro dello stesso) con incise le tue iniziali e delle lettere che formano la parola Aradiel, inoltre la prima traccia del “ciddì” titola proprio “La pietra”. Fra l’altro, conta circa dieci minuti o poco meno, è stata una scelta voluta porre a capo dell’opera un pezzo così lungo, ed è già un preciso segnale rivolto a chi vorrà poi proseguire in questo ideale cammino sonoro?

“La Pietra” è stato il primo brano che ho scritto, contiene il tema (musicale) che poi viene riproposto in maniera più o meno evidente durante tutta la suite, e quando da tema è diventato tematica mi sono finalmente resa conto che ce la potevo fare. E’ stata insomma veramente la mia prima pietra! La pietra poi è stata l’inizio della storia umana, ed è inoltre simbolo di eternità e di comunicazione con il mondo sottile. Quando vuoi rendere eterno qualcosa o qualcuno lo scolpisci nella pietra, e la pietra coprirà il tuo corpo o conterrà le tue ceneri nell’ultimo viaggio. L’inizio e la fine di tutto, e perciò il presupposto che ogni volta che qualcosa finisce, inevitabilmente qualcos’altro incomincia. L’idea di metterla sull’ultima pagina è stata di Raffaella Tovo, la pittrice che ha disegnato la copertina. Ha creato questo piedistallo su cui si erge la figura femminile con le due altre donne ai suoi piedi, come una trinità, e sulla pietra ha scolpito i due nomi di Elide ed Aradìa che si intrecciano come se fosse uno, sfruttando le lettere che hanno in comune. Bravissima! Il particolare, e il modo in cui ci è arrivata, sono stampati all’interno del libretto sotto il testo del penultimo brano della suite. Però mi piace anche molto il senso che involontariamente tu gli hai dato… Aradiel sembra il nome di un angelo, e chissà che Aradìa non diventi il mio angelo davvero…

Vi sono dei titoli che non poco hanno sollecitato la mia curiosità, come “Studiare, studiare” (quante volte queste parole echeggiano tra i muri di casa mia, dirette a mia figlia!), o “Non è l’amore il tuo destino”. Accostando inoltre parole ad immagini, il riferimento ai Led Zeppelin nel caso della prima citata è evidentissimo: il monogramma, quella casa che in un certo senso rimanda alle copertine del gruppo di Page… E’ evidente che “Aradìa” (anche per quanto scritto prima) racchiude dei riferimenti esoterici, profondi, dei segnali che chi vorrà potrà disvelare, appunto solo coll’applicazione, collo “studio”.

“Studiare, studiare”… E’ stato sempre il mio modo di reagire alle avversità, ai problemi e ai momenti difficili, specie quando ero adolescente e una totale confusione regnava tra il mondo come pensavo che fosse e quello che in realtà mi circondava. Mi mettevo a studiare, mi rinchiudevo nel mio guscio, e quando poi decidevo di uscire allo scoperto, o quando qualcuno mi tirava fuori dalla tana, i problemi erano spariti. Dedicandomi ad altro, gli avevo tolto importanza e quindi vita… Un’estate di qualche anno fa, girando per le montagne dell’Irpinia che è una zona che adoro perché è un po’ magica e un po’ santa, come piace a me, mi imbattei in quella casa di cui tu parli, con il simbolo Zoso dipinto sopra. Feci una frenata che meno male che non c’era nessuno in strada… scattai la foto… e allora mi venne l’idea di metterla sul libretto per indicare la sete di conoscenza dell’anima, quasi una casa per le nostre aspirazioni con quel simbolo che racchiude sia la musica sia tutto ciò che non può essere svelato e che ostinatamente cerchiamo di svelare. Spesso però noi attribuiamo alle nostre passioni significati sbagliati, crediamo di amare qualcuno e invece amiamo quello che rappresenta. “Non è l’amore il tuo destino” parla proprio di questo, è la dote positiva dell’animo maschile, la razionalità opposta all’utopia, la matematica che rassicura e dà certezze. Smettila una buona volta di vedere il destino in ogni minimo incontro della tua vita, e comincia a costruire il tuo futuro con lo studio e la preparazione adeguati. L’interpretazione di Lino Vairetti, che ha dato voce a tutto questo, è stata semplicemente stupenda.

© www.sophyabaccini.com

Riferimenti classici non sono mancati in passato (penso a Black Opera coll’omaggio verdiano), ed ovviamente tornano in Aradìa, non solo nella strumentazione usata. A tal proposito mi piace citare la graziosissima “Beware, beware”, le liriche della quale sono espresse in diverse lingue, e dove torna Aradìa, o la magniloquente “Elide”, ove la commistione fra i tuoi vocalizzi ed il volo possente del moog, sorretto da una strumentazione “importante” (l'”a solo” della chitarra evidenzia il gusto del suo esecutore) danno vita ad un episodio che rifulge non solo nella scaletta del presente disco, ma davvero rappresenta uno degli episodi meglio riusciti di questo “genere” in Italia.

Aradìa è un viaggio mentale ma anche fisico della protagonista, ecco perché la scelta di cantare in diverse lingue. Mi è piaciuto anche mettere in evidenza la varietà e l’abbondanza di linguaggi che coesistono in Europa, che potrebbe essere visto come un limite ma secondo me è una ricchezza formidabile. Però attenzione, perché ogni viaggio non è mai esente da pericoli. Teniamone conto! Beware, beware… “Elide” è il brano a cui sono maggiormente legata, e non so dirti quanto mi faccia piacere questo tuo complimento. E’ uscita così, senza alcun preavviso mentre stavo suonando, parole e musica, tutto insieme. L’arrangiamento con il moog, gli archi e i cori li avevo in testa già dopo la prima stesura.

Come nasce Sophya Baccini cantante? La tua voce ci sorprende ad ogni passo, cangiando sfumature ed interpretazioni. Ora dolce ora ferma, ora accorata ora “orgogliosa”. Quanto “studi” (ancora…) per ottenere cotali risultati, che appaion quanto mai naturali, agevoli per te.

Credo che non smetterò mai di studiare musica. Quando vai a scuola ti obbligano a studiare un po’ di tutto, e non sempre è bello, anzi… Però impari il metodo, e man mano che passa il tempo e puoi studiare quello che ti piace, gli anni trascorsi sui banchi cominciano ad avere un senso. Anche se lo studio della musica spesso è veramente molto noioso e ripetitivo, specie agli inizi, io credo che tu mi capisci perfettamente quando parlo della goduria infinita che si prova dedicandosi allo studio di qualcosa che ti appassiona sul serio. D’altro canto viviamo in un’epoca in cui aggiornarsi è imperativo, come tu sai io registro anche i miei lavori, quindi anche il computer mi dà il suo bel da fare! Per quanto riguarda l’uso della voce, anche lì non c’è tregua. Ho una base classica che mi ha aiutato molto a sviluppare gli acuti, che vanno comunque sempre allenati, e poi questa mia tendenza a cercare sempre la sperimentazione e a colorare le note, che sicuramente come concetto proviene dal rock, mi porta a passare pomeriggi interi lavorando solo su un particolare suono, sull’articolazione delle sillabe. Quindi vocalizzi a tutto spiano, lettura, scrittura degli spartiti… E’ dura, eh…

Eppoi ti siedi al piano, al clavinet, ai sintetizzatori… Un impegno probante, che non si è limitato all’interpretazione.

Ecco appunto, ultimamente si sono aggiunte anche le tastiere, e il lavoro compositivo. Però è stato come ricordare, perché ho studiato pianoforte da piccola, e bene o male non l’ho mai completamente abbandonato. Dicono che quello che fai nei primi anni della tua vita segnerà poi tutta la tua esistenza, e accidenti se è vero… Ho ripreso le scale, gli esercizi di agilità e le regole di armonia. Ma con questa nuova consapevolezza, il bagaglio di venti anni di lavoro in sala d’incisione e i dischi che ho realizzato, è stato più facile, più bello. Paradossalmente il difficile è stato cominciare, avere fiducia in me… Sono una critica spietata dei miei lavori, se però mi convinco che ne vale la pena, non mi ferma più nessuno.

Hai voluto omaggiare Joni Mitchell (“Circle game” è preceduta da una traccia che qualcosa “deve” alla tradizione cantautorale al femminile americana come “When the eagles flied”), sicuramente una scelta ben precisa. Perché proprio la Mitchell, vi sono altre tue colleghe che consideri tue ispiratrici?

Quando uscì il disco dell’addio alle scene di Joni Mitchell e tutte le sue dichiarazioni sul music business enunciate assolutamente senza peli sulla lingua, com’è nel suo stile, sono rimasta di stucco e mi sono sentita come defraudata di qualcosa. Una come lei non dovrebbe mai smettere di fare musica, nemmeno a ottant’anni. Quando avremo più un’artista così, con quella voce, che scrive quei pezzi, che suona in quel modo… E poi il suo talento di pittrice, le sue incredibili collaborazioni, e il suo aspetto di un’eleganza raffinata, e sempre personale! D’impeto ho registrato “Circle Game” per sole voci, e l’ho chiamato a chiudere il cerchio del mio album. Mi è sembrato un finale perfetto, oltreché un omaggio doveroso ad una musicista immensa. E poi certo che anche molte altre mi hanno ispirato, e molte mi ispireranno ancora spero… Ne nomino qualcuna a raffica, ma l’elenco sarebbe veramente lunghissimo: Janis Joplin, Joan Baez, Kate Bush, Annie Haslam, Grace Slick, Nina Hagen, Lene Lovich, Ricky Lee Jones, Tori Amos, Alanis Morissette… mi piace comunque sempre molto ascoltare di tutto anche al di fuori del rock e del prog in particolare.

Ospiti importanti ti accompagnano in queste canzoni: Martin Grice (Delirium, ascoltate il suo sax in “Nei luoghi” ed il flauto in “Don’t dream that dream”), Nona Luna (Iconae), Stefano Vicarelli (Fonderia, suo il moog di “Elide”), l’Osanna Luca Vairetti, Ana Torres (Universal Totem Orchestra), nomi che chi ama “certa” musica riconoscerà con piacere; Pino Falgiano, Vittorio Cataldi, Franco Ponzo coi loro interventi danno corpo alle tue composizioni, ti chiedo di spendere alcune parole a beneficio di chi ci legge, a proposito di questi tuoi preziosissimi e valenti collaboratori.

Sono arrivati lungo il cammino, molti su proposta della Black Widow e molti perché c’è stato l’incontro fatale. Quello che ha dato il “la” a tutta la storia è stato Lino Vairetti, che conoscevo già da anni, ma non avevo mai il coraggio di chiedergli se gli avrebbe fatto piacere una collaborazione con la sottoscritta… Glielo chiesi una sera che andammo a sentire Brian Auger… Il concerto era organizzato da lui, così andai a salutarlo e credimi non so neanche perché gli dissi che stavo tirando su un progetto come solista e sarei stata molto felice se lui avesse voluto cantare un brano. Lui mi rispose subito di sì, e io mi sentii sollevare un metro da terra. Mi sembrò un segno bellissimo… Tralasciando il piccolo particolare che non avevo ancora scritto niente! Ma quando tornai a casa, sapendo di avere quella voce a disposizione, il brano prese vita in mezz’ora. Questa cosa piacque molto alla Black Widow, la mia etichetta, e così loro pensarono di arricchire la rosa degli ospiti e mi misero in contatto con Martin, con il quale è nata poi una meravigliosa amicizia (che magnifica persona!) e poi con Ana e Nona. Stefano era un amico di un amico, che ha organizzato l’incontro nel suo studio romano ed anche lì tutto è filato liscio come se ci conoscessimo da anni. Quando c’è il prog di mezzo… I musicisti fissi invece, i miei compagni di strada che mi hanno aiutato a realizzare l’intero lavoro, li ho conosciuti durante le mie peregrinazioni nelle sale, e veramente non avrei potuto fare scelta migliore. Se ascolti il modo in cui sono arrangiati gli archi, ti rendi conto del talento innato di Pino Falgiano, che è anche il proprietario dello studio dove ho missato e masterizzato. Franco Ponzo e Vittorio Cataldi, la chitarra ed il violino, sono dei musicisti quotatissimi e molto richiesti nel giro professionale napoletano, i loro curricula sono spaventosi! Ma io li ho scelti soprattutto per la simpatia, – le battute, le pizze, i caffè e le risate si sono sprecate durante le registrazioni – e poi per la preparazione classica. Mischiare classica e rock, per me non c’è niente di più nuovo ed interessante al momento, è la musica del futuro. E c’è ancora tanto da dire e da fare… Aurelio Fierro jr., il batterista nipote del grande cantante napoletano, praticamente l’ho visto nascere. Beh, più o meno… Lui l’ho chiamato perché ascolta prog da quando era un bambino, ed è così incredibilmente talentuoso.

“Torniamo all’antico, sarà un progresso”… Torna Verdi, ed è un messaggio che si può riferire pure all’essenza stessa della stregoneria, all’insegnamento di Aradia: ancora una volta, lo “studio” della Tradizione, della Storia come possibilità di salvezza, di redenzione dell’anima.

Sì, ed anche un semplice modo per trovare nuovi spunti quando la macchina sembra inceppata e non vuole proseguire. Non è sempre positivo il nuovo a tutti i costi. A volte la strada è tracciata, ma a furia di guardarti intorno non vedi che ce l’hai sotto i piedi, e basta seguirla. Allora ti accorgi che puoi aggiungere tante traverse, moltiplicare gli incroci, abbellirla con siepi e disseminarla di segnali… L’importante è non dimenticare mai da dove è partita.

Una bellissima bimba (al piano, accanto a te…), dei maestosi cani. L’affetto, la fedeltà, l’amicizia, l’amore, la famiglia, e chissà quanto altro non ho “letto” in queste immagini. Fra le altre, quella delle salde radici di una pianta secolare che affondano nel terreno, un’altra figurazione (la Natura possente che protegge e rassicura) che si può riferire all’insegnamento della Wicca (per utilizzare una terminologia anglosassone, così è chiamata una certa corrente nelle isole britanniche). Che forse entra in contrasto colle tematiche care ai Presence, o che perlomeno ritroviamo nelle loro composizioni, ove prevale il lato oscuro, occulto nel senso “negativo” del verbo.

La bambina è seduta al piano, e suona, la persona adulta è ai suoi piedi e guarda l’obiettivo. Volevo comunicare con quest’immagine che quando suono, è la bambina che esprime senza filtri i suoi sentimenti, con tutta l’innocenza, l’entusiasmo, e l’incoscienza dell’infanzia. Quando mi rivolgo al mondo, è la persona adulta che si è messa al suo servizio e cerca di darle vita e visibilità. Sui cani non devo aggiungere altro, hai detto tutto tu… Non a caso si trovano sotto il testo di “Elide”… La quercia è da sempre la dimora delle fate, dei nostri sogni cioè, ma l’ho inserita anche per un motivo puramente estetico, a parte quello esoterico. Io nutro un vero e proprio amore per i grandi alberi, il mio sogno più ardito sarebbe quello di possedere un giardino con uno di questi colossi sotto cui andare a leggere, a spedire mail, a sonnecchiare. Le radici ben piantate in terra, i rami che sfiorano il cielo, le foglie che cantano, i nidi, le formiche… Croce e delizia… Appena posso vado al parco, ovunque mi trovo, e mi rilasso all’ombra di un grande albero. Per quanto riguarda l’aspetto esoterico sì, è vero, “Aradìa” è malinconica piuttosto che dannata, e predilige gli incantesimi invece dei sortilegi. L’aspetto oscuro dell’animo umano mi affascina e mi interessa, ma non mi appartiene. E’ una componente della musica dei Presence alla quale mi sono sempre in un certo senso adattata, pur amandola molto. Ma per amore di verità devo dire che il messaggio dei Presence non è mai stato negativo, satanico, assolutamente. Piuttosto è un’esplorazione in musica del male che a volte ci invade, in tutte le sue forme.

La Wicca ha influenzato fra gli altri insiemi quali Inkubus Sukkubus (tutt’ora attivi) e Legend (di questi ultimi ho smarrito le tracce), li conosci?

Proprio qualche giorno fa un mio amico mi ha mandato un brano degli Inkubus, trovato ricercando su internet “Aradia”. Non li conoscevo, ho sentito poco comunque, ma non mi dispiacciono, mi sembrano molto acustici e i testi sono belli. I Legend non li conosco.

Inevitabile citare a questo punto la tua label: quanto conta l’appoggio di una etichetta, la Black Widow Records, costituita da veri appassionati in un percorso sonoro e colto (nel suo senso più alto) come il tuo?

La Black Widow ci contattò nel ’90, quando uscì il primo lavoro dei Presence, un vinile autoprodotto. Loro erano una giovane etichetta e noi una giovane band emergente. Ne sono successe di cose da allora! Sei dischi in studio, uno dal vivo, due omaggi alla fantascienza ed ai film dell’orrore, una ristampa, e adesso Aradìa, con tutte le partecipazioni correlate. Solo questo potrebbe scandire il ritmo della nostra collaborazione, cominciata in sordina e diventata adesso fondamentale, a tutto tondo. Ci consultiamo su tutto, sulla musica, sulla grafica, sulle strategie di vendita, sulla scelta degli argomenti, litighiamo molto… Poi ci entusiasmiamo di nuovo… Quello che ci unisce secondo me è la visione ampia, le idee grandi, grandiose. Con i budget limitati che abbiamo a disposizione, a volte realizziamo dei prodotti impensabili… Non ci facciamo spaventare da niente, anzi più è difficile e più ci piace.

Non voglio chiosare la presente colla solita richiesta di saluti (noi t’abbracciamo, Sofia), ma ti prego di soddisfare una mia ultima curiosità: chi “è” Sophya/Sofia Baccini?

Una persona che cerca quotidianamente di realizzare il suo difficilissimo sogno, senza perdersi nel tentativo di farlo… 🙂 Grazie dell’abbraccio, e ciao!

V’invito ad andare alla scoperta di “Aradìa”, fatelo senza farvi travolgere dalla fretta, tralasciando il presente, il mondo che ci circonda. Fatelo in queste sere di primo autunno, quando le ombre pigre s’allungano sempre di più, ed i venti, recando il freddo, ci costringono a stringersi in noi stessi o a chi ci sta accanto. Un disco che non va catalogato, rinchiuso in una gabbia, ma va lasciato scorrere, colle magnifiche canzoni che custodisce.

© www.sophyabaccini.com

Sophya Baccini: sito ufficiale

Sophya Baccini @ MySpace

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