Wire: Red Barked Tree

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Wire - Red Barked TreeGli Wire sono penalizzati dall’essere gli Wire: ogni volta che esce un loro album le aspettative dei fans (tra i quali la sottoscritta) sono alle stelle. Ovvio poi che dopo il primo ascolto fioccano i commenti dei ‘delusi’, di coloro cioè che si aspettano regolarmente di ritrovare 154 e sono invece risentiti perché 154 era diverso. E’ un po’ il problema di tutti quelli che hanno fatto la storia della musica: gli Wire, formatisi in Inghilterra nel lontano 1976 sull’onda del punk inglese, hanno creato con i loro primi 3 album – Pink Flag, Chair Missing e, appunto, 154, diversissimi peraltro l’uno dall’altro – uno stile ed un suono che li hanno distinti da tutto quanto venne prodotto in quell’epoca e li ha resi praticamente inimitabili. British punk, new wave, post punk… gli Wire sono stati al di sopra di qualunque definizione, combinando sound sorprendente e testi molto significativi, creativi come poche altre band, abili nel reinventarsi ogni volta, dopo le varie separazioni e pause che hanno attraversato. Probabilmente proprio questa varietà accoppiata ad un innato eclettismo spiega la longevità del gruppo e la fedeltà dei loro fans, per i quali ogni nuova produzione degli Wire è una sfida ed insieme una conferma.

Red barked tree è, in sostanza, un bel disco: stilisticamente curatissimo, non inventa però niente e non ha l’ambizione di fare tendenza, diversamente da quanto accadde nel 1977, glorioso anno di nascita di Pink flag, che portò il punk ad un’esaltante perfezione. Ancora una volta in mancanza di Bruce Gilbert, i componenti rimasti riescono comunque a dimostrare di essere musicisti consumati e, a quest’ultimo album, non fanno mancare praticamente nulla in quanto ad eclettismo dello stile: ritmi punkeggianti, pezzi ‘wave’più acustici e un paio di concessioni – ma di classe – al pop. Finita l’era delle chitarre ‘abrasive’ resta un suono più pulito, meno sperimentale ma – ci tengo ad evidenziarlo – non compare in tutto il disco una sola canzone brutta.

Scendendo un po’ più in dettaglio sulle singole track, la prima dell’album, “Please take”, è forse l’unica che potrebbe quasi apparire una ‘pop hit’ ma pur sempre in chiave Wire, tanto è vero che ricorda vagamente la celebre “Blessed state”. In “Now was”, la seconda, il ritmo prende già la rincorsa e si riscopre l’atmosfera del passato. Con “Adapt” e “Bad Worn Thing” siamo in piena New wave, con “Two minutes”  invece ritroviamo il piglio rabbioso di Send”, con un suono appena ‘ripulito’ e infine “A Flat Tent” e “Smash” strizzano apertamente l’occhio al punk degli esordi.

Da segnalare inoltre che con le prime 2000 copie di Red Barked Tree ordinate via mail viene abbinato l’EP intitolato Strays, contenente 4 brani, di cui, tranne “Boiling boy”, si avevano solo versioni dal vivo.

Per concludere questa sfacciata dichiarazione d’amore, ricordo che gli Wire – come tempestivamente comunicato da Softblackstar su questo sito già lo scorso novembre – saranno a breve in Italia per tre date che si preannunciano molto eccitanti. Andateci e…applauditeli anche per me!

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