Wire: 10:20

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10:20 è il secondo lavoro degli Wire per il 2020 e contiene una serie di brani che non sono stati inseriti nei precedenti oppure si sono trasformati, rispetto alla stesura iniziale, dopo le esibizioni dal vivo. Non ci si aspetti, però, di trovare una collezione di scarti: 10:20 è un album tutt’altro che inutile, che offre una rappresentazione globale di questa storica band, includendo anche composizioni nate anni fa e rivisitate oggi; un’opera, dunque, assolutamente degna di interesse sia per i fan tradizionali che per i più recenti. Vediamo di che cosa si tratta. L’opener, “Boiling Boy” è uno dei pezzi più noti dei nostri, risalente a oltre trent’anni fa e presente in A Bell Is A Cup… Until It Is Struck, che gli Wire hanno suonato tantissime volte nei live: la versione proposta qui non viene cambiata nella sostanza ma nell’impostazione si, per il rilievo assai maggiore che la chitarra ha acquistato nel corso del tempo, in parte a scapito dell’elettronica, per il drumming più intenso e vivace di Robert Gotobed e comunque la grinta evidente, ‘energicamente’ ostentata. “German Shepherds” risale alla stessa epoca e, suonata show dopo show, ha finito con l’arricchirsi di una vivacità accattivante molto diversa dalla spigolosa ombrosità dell’originale del 1988; la seguente “He Knows”, invece, nacque nel 2000 e, a quanto si sa, questa è la sola, riuscitissima versione in studio. Poi, la vigorosa, ‘scapigliata’ “Underwater Experiences” riporta ai tempi di Chairs Missing nella cui tracklist avrebbe dovuto trovarsi: con la chitarra che ‘fischia’ e la ritmica frenetica sembra infatti messa lì per dare spazio al periodo punk degli Wire; “The Art of Persistence” è stata invece scritta nel 2000, dopo la terza re-union della band ed era presente nell’Ep The Third Day: qui appare decisamente ‘affinata’ e privata di quell’aura vagamente ‘sconnessa’ che caratterizzava la precedente versione, tanto da poter essere definita un piccolo capolavoro. La successiva “Small Black Reptile” è forse l’unica che, rispetto all’originale degli anni ’90, inserito nell’album Manscape, risulta quasi del tutto irriconoscibile, essendo passata da un’aspro scenario minimale alla forma rock melodica di oggi, della quale anche “Wolf Collides”, risalente al 2015 e non inserita in Silver/Lead cui era destinata, fornisce una dimostrazione sicuramente nobile. Infine, per chiudere col ‘botto’, gli Wire hanno scelto “Over Theirs”, classico pervenuto dagli anni ’80 a più riprese (ma apparso per la prima volta su The Ideal Copy) di cui propongono qui l’elaborazione più matura: meno tesa, meno ruvida, vi troviamo, tuttavia, integro il vigore sperimentale proprio degli Wire fin dai loro esordi; la struttura è più organica, sorretta dalla ritmica cadenzata e dalla bellissima chitarra, impreziosita, poi, dalla voce inconfondibile di Newman e conclusa da uno straniante ‘muro’ sonoro. 10:20 è il classico disco da ascoltare e ri-ascoltare scoprendoci sempre qualcosa.

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