Spiral69: Second Chance

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Nuovo album per gli Spiral69 di Riccardo Sabetti. Second Chance è in linea con l’ispirazione che già animava il precedente Alone: testi incentrati su tematiche sentimentali o più in generale, sulle relazioni interpersonali, atmosfere cupe con molti momenti ‘tesi’ generati dalla chitarra o dal canto dotato di un carisma notevole, una presenza un po’ carente di spunti originali alla quale si ‘sopperisce’ con il mestiere e i risultati sono generalmente soddisfacenti. L’opener “Your Halo” apre con sonorità gradevoli ed ‘accomodanti’, ma è ‘potenziata’ dopo la prima metà da robusti inserti di chitarra che, insieme al timbro intenso della voce, rendono il clima carico di elettricità. Subito dopo “Liar”, dal motivo orecchiabile, l’andamento travolgente e la veemenza del canto sembra il classico pezzo pensato per i live, mentre “No Mercy”, che vede Sabetti duettare con la vocalist Mimosa, a mio avviso esagera talmente con il melodico da trasformarlo in melenso: forse la più evidente caduta di tono del disco. Ma la ripresa arriva con la ‘gotica’ “Ritual”, dal ritmo sostenuto, la chitarra davvero pregevole e l’ottima prestazione del frontman, più a suo agio nei passaggi più ruvidi e ricchi di pathos. “XXX”, poi, è una delle poche ad offrire spunti più sperimentali e meno convenzionali, con derive industrial che ricordano piacevolmente i NIN ed uno scenario decisamente grigio piombo; ma “Goodbye” tende ancora una volta al pop-rock, con suoni facili e riff leggeri che di certo restano nella memoria ma mancano un po’ di spessore e “Second Chances” fa pensare alla ballatona ‘emotiva’, appena ‘imbarocchita’ da sonorità ‘orchestrali’ ma tutto sommato d’effetto, un mood che perdura del resto nella successiva “Colors and Grey”. Infine, “The Art Of Losing Ground”, completamente diversa dalle altre, propone suggestive tonalità malinconiche ed intimiste dove il ‘gioco’ è retto dal bel piano, l’affilata chitarra e dalla voce per una volta sommessa, così che non turbi l’oscurità circostante: in momenti come questo diventano lampanti le vere potenzialità della band, che meriterebbero di essere valorizzate. La chiusa di “Nothing”, nuovamente tutta pathos e sentimento, lascia così aperta la riflessione…

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