Ataraxia: Deep Blue Firmament

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ataraxia_deep-blue-firmamentOgni volta che ascolto una nuova produzione degli Ataraxia non posso fare a meno di provare la piacevole sensazione che si ha quando si rientra a casa in una sera invernale, dopo essere stati per lungo tempo all’aperto e al freddo: un misto di dolce tepore, profumi noti e piacevoli, un senso di accoglienza, un abbraccio rassicurante. Sono più di 25 anni che non solo ci allietano con la loro musica, ma fungono da ispirazione ad altri musicisti; i loro lavori hanno sempre mantenuto un livello qualitativo decisamente alto e, nel passato, è sembrato che qualche volta stesse per giungere un leggero calo di ispirazione ma questo veniva sempre seguito da una trovata che costringeva a rivedere la propria opinione; il loro marchio di fabbrica è ormai inconfondibile e  questo Deep Blue Firmament prosegue nel tracciato del loro percorso, aggiungendo altre 11 tessere (12 per chi acquisterà la versione limitata in digipack) al bellissimo mosaico che è la loro produzione musicale. Il CD inizia con “Deplhi”, dall’incipit atipico per i nostri, che cresce lentamente fino a diventare forse uno dei brani più intensi della recente produzione del gruppo. In “Message to the clouds”, introdotta dal suono di un violoncello, la voce si libra leggera sulle tastiere e sulla chitarra elettrica a cui si aggiungono in chiusura le percussioni. “Greener than grass” rientra pienamente nel filone più acustico ed etereo, mentre “Myrrh”, caratterizzata anche dai cori maschili, nasce un ritmo marziale (rullante prime e timpani poi) che riporta agli albori del gruppo per poi aprirsi in un volo leggiadro. “Alexandria (part 1)” inizia solo con la voce e le tastiere a cui poi si aggiungono i tocchi delicati della chitarra. Anche la parte iniziale “Rosso sangue” mi ha riportato indietro nel tempo, mentre la chiusura è decisamente più nuova, con le percussioni a battere il tempo. “Galatia”, cantata in spagnolo, ha un tocco quasi mediorientale, “May” è invece in inglese, carezzevole ed equilibrata, in Vertical si fanno sentire le percussioni sintetiche (potremmo dire ‘a la Qntal’, se non fossero molto più in sottofondo rispetto a quelle esibite dai tedeschi). Un tocco quasi psichedelico e delicatamente wave fa capolino in “Ubiquity”, mentre la lenta e acustica “Phoebe” chiude la versione standard del CD. La versione digipack riserva invece un’ultimo brano, “Alexandria (Part 2)”, che riprende il tema di “Alexandria” in un tono più ricco ed epico. Inutile dire che il CD non dovrebbe mancare nella collezione degli amanti della musica degli Ataraxia.

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