L.D.V.: 1979

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1979. Estate. Tredici anni.

1979. Roxy Music. Manifesto.

 

Mia madre è sarta. Ha appreso l’Arte in una Sartoria della mia città. La migliore Sartoria della città. In estate spostava il laboratorio da una stanza all’interno alla veranda. Si stava meglio, più fresco, più luce. La radio era sempre accesa. Ne avevamo due, una nella saletta da pranzo, un mobile che oggi definiremmo oggetto di simil-antiquariato. Una altra più piccola, a transistor, che spostava a seconda delle esigenze. Nei pomeriggi me ne stavo lì, ad osservarla muoversi attorno al tavolo da lavoro, ed ad ascoltare. Ero io a girare la rotellina, ogni minimo spostamento a destra od a sinistra una nuova stazione. Le radio private! A diecine, trasmettevano da oratori, da soffitte, da ogni dove si potesse installare una antenna.

 

Il profumo delle stoffe, del gesso, il rumore secco della Singer, delle forbici che unendo le due lame, quella inferiore lasciata scorrere sul banco, tagliavano perfettamente a metà il tessuto in una piccola sinfonia metallica attutita dallo spessore della trama. La mamma che lo accarezzava, che al tatto ne saggiava consistenza e pregio. Gli aghi infilati nel grembiule, il metro nel tascone, lo sguardo assorto, attento a rilevare ogni minima imperfezione. La musica che si propagava nella stanza, trattenuta dal tendaggio pesante che ci riparava dai raggi del sole, le finestre socchiuse dalle quali penetrava il sentore dell’afa. Un ragazzo che, chissà di dove trasmetteva, annuncia questo gruppo inglese dal nome così affascinante, il nuovo disco con quel titolo che non poteva non attirare la tua attenzione di adolescente, acquistato giusto la mattina stessa, in “quel negozio di Udine di fronte alla stazione”. Un brano, due o forse una facciata intiera? Da allora cambiò tutto. Uno Stile, un Nome nel quale identificarsi. E di lì appuntare sul quaderno già zeppo di note altre sigle alle quali Roxy Music veniva accostato. Leggere le recensioni di Ciao2001 e di Rockstar e sottolineare, evidenziare la paternità, l’ascendenza. Ve li lascio immaginare, l’elenco è lungo, se leggete Ver Sacrum un motivo c’è, non serve dilungarsi in liste e catalogazioni. Era il 1979. Estate. Tredici anni.

 

Il suono secco, angolare, prosciugato di ogni inutile orpello che si trasforma in epica corrusca. Quella dei Capitani D’Huber e Feraud consumati dall’eterno duello come quella del ragazzo che, stretto nella sua giacchetta di una taglia troppo piccola, col nodo della cravatta che serra la gola, corre incontro alla giovinezza, al suo destino, con l’urgenza di chi vuole tutto e subito. Di chi osserva dalla finestra lo scorrere della Vita, colle sue piccole gioie e le sue immense tragedie, un fiume in piena che trascina via le emozioni ed i Destini, ma se sai resistere alla sua furia tutto potrà cambiare, perché la Sorte ti concede sempre un’altra possibilità.

 

Cinque brani, un’epopea racchiusa in un soffio. Le chitarre che si inseguono, che scattano in avanti per venire poi riprese, le armonie perfette, tutto in poche note, in pochi minuti. “Question time” è poesia urbana, quella della periferia che resiste, che non vuole arrendersi all’omologazione. “Mistery Boy” e ti commuovi, è tutto lì. Non si muore mai, si trasmette a chi viene dopo. E’ così, il post-punk e la new -wave, e siamo nel 2019, quaranta anni e più dopo, e tutto ha ancora un senso. Rimanere rimpiattati sul fondo degli abissi per poi di tanto in tanto riemergere. Non è sopravvivenza, quella no, lasciamola a chi si abbandona al rimpianto. Esserci sempre. E’ l’orgoglio, è lo Spirito. Forgiato nel ’77, e L.D.V. lo sa bene. Sono qui per questo, Celeghin/Mazzon/Pacagnan/Sebastianutti, un altro quadrilatero inscalfibile tessitore di trame robuste, facitore di un suono affilato come quello delle forbici che, mosse da mani sapienti, partiscono in due metà perfette il drappo. Meraviglia, amici miei, meraviglia. “Wisteria” è come il glicine che nomina, è la giovinezza, è la Vita che spalanca le sue ali, meravigliose e terribili allo stesso tempo. Sfiorisce presto, ma perdurano nella memoria i suoi colori, i suoi aromi. Nell’attesa della prossima Primavera, godiamoci l’attimo, tratteniamolo nei nostri cuori, conserviamolo in un angolo dell’anima, potrà servire ancora. Correre via felici, la sciarpa di seta che ti fascia il collo, la brezza serotina che ti accarezza il volto. Quanto durerà? Non importa, tutto ed ora. Il suono è netto, distingui ogni singola nota, la produzione rende giustizia agli esecutori. “Liar” ed “On the run” sono due registrazioni live che, seppur un po’ ovattate, catturano ed espandono le emozioni che il complesso sa suscitare in chi assiste ad un suo concerto. La componente ritmica si esalta, architrave solidissima sul quale poggia il costrutto sonoro edificato dalle chitarre, impegnate in un giuoco di rimandi, di riprese letteralmente immerse in un caleidoscopio di citazioni spontanee. Perché seppur antico (quaranta e più anni!), il suono de L.D.V. non si limita alla calligrafia, esercizio di comodo sul quale molti sono inciampati goffamente giuocandosi la carriera. Appartiene letteralmente a loro, quasi si fossero accollati un compito, una missione. Suonare per noi. E noi gliene saremo sempre grati. Spirito ’77, ora e sempre. Con Stile.

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