Considerato l’indiscutibile valore di un disco come Hostile, un approfondimento si rende necessario. E le parole di Fabban, spontanee ed appassionate, lasciano trapelare il grande impegno, l’amore che riversa nel suo progetto. Di statura internazionale. Una perfetta sintesi di quanto prodotto negli ultimi decenni, ma assolutamente proiettato nel futuro. Perché ne diamo atto, “Non sarà facile scriverne il seguito”… ma ce la faranno, ne siamo certi.

 

Aborym – foto di Laura Aurizzi

Siete prossimi al compimento di trent’anni di attività, un periodo di tempo così lungo è sicuramente segnato da cambiamenti, positivi ma anche drammatici. Per molti giungere a questo traguardo si rivela utopico, ma non per voi. Chi “erano” gli Aborym ad inizi novanta?  

Fabban: Eravamo tre ragazzini vogliosi di fare musica a tutti i costi, inesperti, impreparati e con pochissimi mezzi a disposizione. All’epoca vivevo a Taranto e in quei tempi sopravvivere musicalmente in una città come quella era praticamente impossibile. Riuscii a prendere in affitto una sala per provare e li iniziò tutto. Li dentro ci suonavo, ci mangiavo, ci portavo le ragazze e ci dormivo quando litigavo con i miei. Quel posto è stato importantissimo per me: mi teneva lontano dalla strada e dai pericoli che a Taranto in quegli anni non erano pochi. Taranto stava affogando nei problemi. Fatta eccezione per l’Ilva (all’epoca Italsider) trovare lavoro era praticamente impossibile, in giro circolava droga e girare di notte rappresentava un serio pericolo. C’era tanta povertà, criminalità e le persone tendevano a vivere raggruppate in lobby, dei micro-sistemi, completamente tribalizzati. I ragazzi come noi venivano attaccati in strada praticamente ogni volta che mettevano il naso fuori di casa, e questo a causa del nostro essere “alternativi”… ti lascio immaginare in che condizioni vivevamo il tutto a livello musicale. Risse e scazzottate praticamente ogni sera… Sono stati anni bui e difficili ma nonostante tutto mi mancano quegli anni; si viveva alla giornata, in modo semplice… Niente internet, zero telefonini… eravamo tutti uniti e tutto questo si riversava nella musica, nella scena musicale, c’era supporto e quando c’era un concerto eravamo sempre tutti presenti. E la musica era di qualità, era più vera, più sentita. In tutti i generi. Avevamo le palle in quegli anni… e l’ho capito quando mi sono trasferito a Roma, una città molto più grande, dove pensavo di poter vivere meglio… invece mi sono reso conto di quanto la gente fosse diversa in capitale. Aborym sono nati a Taranto, di questo vado molto fiero

 

Una finestra ampia che vi consente di valutare e giudicare anche i mutamenti che il panorama musicale cosiddetto “alternativo” ha vissuto. Stili che si sono consolidati, tecniche che si sono affinate. Quanto questi hanno influito sulla vostra maturazione artistica? 

Si, come dicevo prima, aver vissuto trasversalmente tra gli anni 90, il 2000 e i decenni successivi è stato in qualche modo importante per capire da dove venivamo e dove volevamo arrivare. Ho avuto modo di vivere sulla mia pelle le mutazioni stilistiche, i cambiamenti, l’avvento della tecnologia, internet… Ho avuto modo di tirare una linea e valutare cosa era giusto e cosa era sbagliato. Negli anni mi sono sempre più appassionato allo studio degli strumenti che viaggiava di pari passo con l’evoluzione tecnologica e in qualche modo ogni album di Aborym è stato un conduttore dei progressi tecnologici in campo musicale, parlo di strumenti, ma anche di software, di plug-in, effetti, tutto ciò che ruotava intorno al mondo della musica sperimentale, compresi i miei ascolti e le mie preferenze musicali. Il ventaglio di alternative diveniva sempre più aperto anno dopo anno e questo per me è stato importantissimo se non fondamentale per iniziare a cucire su Aborym il vestito più adatto a questa band. Così come fondamentali sono stati gli incontri che negli anni ho potuto fare con altri artisti, musicisti, tecnici del suono, produttori o semplicemente con persone che mi hanno indirizzato musicalmente verso qualcosa che non conoscevo. E’ stata altresì fondamentale la predisposizione all’apertura mentale verso qualcosa che non conoscevo. Io lo chiamo DNA. 

 

Il processo di composizione, dal punto di vista delle liriche, le quali rappresentano una componente essenziale della vostra proposta, quanto è stato influenzato da ciò che è accaduto da allora, non solo riguardo alla vostra esperienza personale, ma anche rispetto agli eventi che abbiamo vissuto? 

Ho sempre scritto testi fortemente influenzati da ciò che accadeva intorno a me, nella vita di tutti i giorni e le simbiosi con gli eventi che si succedevano in tutte le sfere sociali, dalla politica alle religioni passando per tutto ciò che accadeva nel mondo a 360°. Non sono mai stato interessato a fiction o a roba fantasy, credo che la realtà e la vita reale nascondano sipari molto più affascinanti da aprire al pubblico. Prevalentemente tendo a scrivere testi su cose che mi terrorizzano o che mi fanno paura. E’ come esorcizzare tutto questo, ed è un modo per fissare nel tempo gli eventi, come una sorta di diario sempre aggiornato… 

 

Sette dischi di studio e tre raccolte hanno preceduto Hostile. Quanto della vostra produzione del passato è stato ripreso a beneficio del disco appena pubblicato?

Il passato è funzionale per vivere il presente e programmare il futuro, ma le produzioni del passato restano nel passato. A breve arriveranno alcune ristampe dei primi dischi relativi al periodo “extreme metal”, questo ci servirà economicamente e accontenterà quella fetta di pubblico affezionato ai primi Aborym

 

Aborym – foto di Laura Aurizzi

Le raccolte Something for nobody erano già state programmate ripartite in tre uscite? Rappresentano sicuramente, considerata la loro articolazione e i loro contenuti, un passo importante della vostra carriera, alla stregua di un disco di inediti.

Sì, come ogni cosa in questa band. La trilogia è stata importante per la nostra storia innanzitutto perché abbiamo avuto modo di pubblicare tutta una serie di idee, remix e outtakes che altrimenti sarebbero rimaste nei nostri hard-disk e poi è stata una graduale immersione nel mondo del cinema visto che ogni volume presenta colonne sonore per corti, lungometraggi e film. Ho avuto modo di lavorare con e per diversi registi e in modo graduale sono entrato in un mondo che mi ha sempre affascinato e che in seguito si è rivelato funzionale in molte lavorazioni di Hostile.  

 

Riandando ancora indietro da oggi ai vostri esordi, c’è un disco, ovvero anche alcune singole canzoni, che non pubblichereste, o che rifareste? Qual è l’album che ha rappresentato la discontinuità dal passato, quello che vi ha fatto comprendere che potevate andare “oltre”? 

Psychogrotesque per gli Aborym della fase extreme e senza ombra di dubbio SHIFTING.negative per ciò che siamo oggi. Questo è un disco in cui abbiamo trovato il coraggio di completare una mutazione che è sempre stata nelle nostre corde, un disco che ci ha fatto crescere e chi ci ha dato modo di lavorare in musica a livelli professionali più alti, attraverso il lavoro del nostro produttore Guido Elmi, che purtroppo ci ha lasciati. Hostile è l’ulteriore calcificazione di questo cambiamento di pelle. Più si va avanti più si cresce e più si va avanti e più si calcifica l’alchimia tra noi della band, così come tra noi e il nostro producer Keith Hillebrandt (n.d.e. già al lavoro con Nine Inch Nails, David Bowie e Switchblade Symphony) il nostro sound engineer Andrea Corvo e tutte le persone che lavorano con noi. 

 

E per quanto riguarda le vostre influenze, dischi ed artisti ai quali potete dichiarare d’esservi ispirati. 

Le influenze sono naturali e in questa band ognuno di noi ha background diversi e parecchio distanti tra loro e se mi mettessi ad elencare le band e gli artisti che hanno forgiato in qualche maniera la nostra musica servirebbero giorni. Siamo influenzati da tutto ciò che è sperimentale, mi vengono in mente Pink Floyd così come gente come Einstürzende Neubauten o la prima ondata industriale funzionale al rock attraverso band come Skinny Puppy, che a loro volta hanno plagiato Nine Inch Nails (n.d.e. In realtà i NIN sono venuti dopo…), Ministry ecc…  Io sono particolarmente legato alla prima ondata grunge anni 90, così come a quella hard rock, all’elettronica sempre anni 80 e 90 (mi vengono in mente Massive Attack, Orbital, Björk…), adoro Iggy Pop così come il krautrock di Neu!, Kraftwerk, Can, Cluster…  E credo che Puscifer siano attualmente la band che ascolto maggiormente. 

 

Hostile conta quattordici brani ed oltre un’ora di musica. Nessuna strumentale, ed anche tracce come “Nearly incomplete” e “Solve et coagula” che sfiorano i tre minuti, possiedono una forza descrittiva notevole. Ecco, è proprio l’aspetto visuale che ogni episodio evoca a caratterizzare il disco. Una raccolta di potenziali, brevi colonne sonore di catastrofi incombenti, non solo materiali.

Ogni singolo brano di questo disco è conduttore di idee e concetti che a livello comunicativo avevano bisogno di un supporto musicale complicato come gestazione e lavorazione, qualcosa che volevamo arrivasse a colpire dopo aver affrontato un percorso intricato, fatto di dettagli, arrangiamenti e elementi che sono stati gestiti in modo chirurgico. Per quanto possa sembrare un disco fatto da molti brani diretti e immediati a livello ricettivo nasconde strutture parecchio complicate, ostili… spesso maleducate, irrazionali… fuori dalla logica delle regole compositive canoniche. Realizzare qualcosa che colpisce nel segno attraverso la semplicità e la sintesi è molto più difficile rispetto a qualcosa di molto più contorto e hollywoodiano e in questo Hostile è stato un nuovo punto di partenza, soprattutto nel nostro modo di scrivere musica e lavorare nelle pre-produzioni. Esiste un’alchimia tra noi, fondamentale per lavorare insieme e funzionale al risultato finale. 

 

Vi sono dei brani, e non sono pochi, che rappresentano una perfetta sintesi di quanto prodotto in ambito “alternativo” in questi anni. Esemplari i due singoli prescelti. Il disincanto di “Horizon ignited”, con il suo crescendo imperioso, corale, “Radiophobia” a proposito della quale sarebbe opportuno spendersi considerando quanto trattato nel testo. E “Lava bed Sahara” che mi ricorda gli Alice In Chains (più cattivi, più malignamente determinati), mentre “Proper use of myself” attacca con una violenza “mansoniana”. E’ come se aveste distribuito indizi, ben celati, delle vostre influenze, le quali risultano però perfettamente amalgamate. 

L’importante nella musica è la comunicazione, l’importante è che le idee arrivino dove devono arrivare e che rimangano il più possibile nella mente e nel cuore delle persone. Noi lo facciamo in maniera più irrazionale e con un elevato fattore di accidentalità, spesso infrangendo ogni regola stilistica e musicale. Non conosciamo altri modi di fare musica. 

 

Mi ha incuriosito “Wake up. Rehab”. Un titolo che rimanda ad eccessi sostenuto da uno strumentismo tooliano! 

Ohhh, io adoro questo brano! Tempo fa ho ritrovato alcuni fogli di carta su cui avevo disegnato e scritto alcuni versi in un periodo in cui gli eccessi erano troppi e ricordare quegli anni è stato come prendere una scossa a 220…  Così ho buttato giù un testo e abbiamo iniziato a costruirci intorno la musica, è stato come rincorrere fantasmi del passato e non è stato piacevole. E’ il brano preferito di Keith, mi ha “ordinato” di uscire dalla mia comfort-zone e di andarci dentro con la voce in modo spontaneo. Volevamo suonasse scivoloso, fluido… avvolgente da un lato ed emarginante dall’altro. 

 

V’è una vena che definirei psichedelica che sovente emerge dagli strati strumentali (mi piace “leggere” le vostre canzoni come una serie di fogli che si sovrappongono uno all’altro, a formare appunto una stratificazione), come nella cantilenante “Magical smoke screen”. Brano che, nel suo prosieguo, mette in evidenza una propria anima, un proprio carattere.  

La psichedelia è un elemento imprescindibile per noi nella fase di song-writing e abbiamo implementato nel nostro set-up tutta una serie di macchine funzionali a soluzioni psichedeliche, meglio se randomiche e accidentali. Abbiamo un sistema synth modulare in espansione che ci offre soluzioni infinite che spesso sono non-riproducibili se non fissate in quel preciso istante, patch complesse che non è possibile replicare fedelmente, per questo parlo di accidentalità. Molti degli strati di cui parli sono nati appunto in modo accidentale, come in una jam-session, e fissati immediatamente per poi tornarci sopra con strati successivi, ma sempre funzionali. 

 

Aborym – foto di Laura Aurizzi

Quanto nel perfezionamento delle singole tracce, e nel donare ad Hostile un corpo unico, ha influito la preparazione e l’esperienza di Keith Hillebrandt? 

E’ un professionista, ci ha ascoltati, ci ha analizzati e ha capito cosa volessimo e assieme ad Andrea Corvo ha fatto in modo che il disco suonasse su livelli molto alti e con un mood che fosse il mood Aborym. In questi casi devi fidarti, devi entrare nell’ottica che esistono persone che fanno un lavoro diverso dal tuo e lo fanno meglio di te e bisogna avere l’umiltà di affidarsi ai professionisti. C’è stato un vero e proprio team di tecnici dietro questo disco. Noi abbiamo fatto (o abbiamo cercato di fare) tutto quello che ci è stato chiesto di fare, al meglio delle nostre possibilità. Senza ombra di dubbio l’esperienza di un produttore che ha messo le mani su un disco come The Fragile è una vera e propria garanzia di successo ma il vero successo di questo disco – e non parlo tanto di musica, che resta soggettiva e opinabile, parlo di qualità – è il team di professionisti a cui abbiamo deciso di affidarlo. Ognuno ha avuto il proprio ruolo. 

 

Sleep” si merita l’appellativo “dark”, a tratti rimanda (è una mia suggestione, chiaramente) ai The Sisters of Mercy dei primi singoli. L’incedere lento, compassato, l’impeto di disperazione che pare prendere il sopravvento, una sensazione di abbandono, di sconfitta che incombe. E “The end of the world”, brano moderno, apparentemente arioso, dalla portata melodica ampia, eppure contenete una traccia d’inquietudine. Esemplari di scrittura attenta al presente, matura. 

Due brani che nessuno si sarebbe immaginato di ascoltare in un disco di Aborym. “Sleep” è stato scritto e pensato in memoria di Guido Elmi e non poteva che suonare così come l’hai ascoltato. E’ il nostro saluto ad un grande amico e un grande professionista a cui dobbiamo molto in termini di crescita. “The end of a world” è forse il brano di complicato dell’intero disco. Ci abbiamo lavorato per mesi e non è stato semplice farlo suonare come volevamo. I più attenti credo capiscano cosa sto dicendo. Questo brano è forse il più “cinematografico”, sicuramente il brano in cui abbiamo dato un’attenzione maniacale ai dettagli e agli arrangiamenti; è stato montato, smontato e rimontato decine di volte fino a quando abbiamo trovato il balance perfetto tra tutti gli elementi. 

 

L’artwork è da sempre un segno distintivo dei vostri lavori, quello di Hostile cosa vuol far evocare nella fantasia di chi ad esso si approccia?

E’ volutamente molto surreale e suscettibile a diverse interpretazioni, come la musica di questo disco. Lynchiano” mi verrebbe da dire. Volutamente “lynchiano”. 

 

Che aspettative riponete nei confronti di Hostile? Qual’è stato il vostro albo che ad oggi ha ricevuto i maggiori responsi e che auspicate di superare con il presente? 

I responsi a cui personalmente tengo molto sono e-mail, messaggi o semplici esternazioni ricevute da amici molto stretti, musicisti professionisti e da tantissimi fans che mi hanno scritto in privato, fuori da ogni scena e fuori da internet. Conservo tutti questi messaggi e posso dirti che leggere certe cose è da brividi lungo la schiena e preferisco rimangano privati perché sono cose che la gente non merita di leggere. Hostile, per quanto possa valere, ha ricevuto e sta ricevendo consensi e recensioni incredibili, nessuno di noi immaginava un ritorno così caloroso… E’ un disco che può piacere o non piacere, che puoi apprezzare o evitare, ma stroncare un disco del genere è cosa che solo un’idiota o un black-metaller in calore può fare. In alcune recensioni trapela un’irrefrenabile voglia di dire cose negative sull’album, ma poi non riescono e il voto è sempre alto. Come se volessero distruggerlo ma non possono. E’ una bella sensazione per me e per la band. Senza dubbio la risposta alla tua domanda è Hostile. Non sarà facile scriverne il seguito

 

Auspicando che presto si possa riprendere una qualche attività “live”, suonerete Hostile per intiero? 

Assolutamente. Si. Anche se credo che ci vorrà del tempo per riprendere a parlare di concerti. 

Aborym – foto di Laura Aurizzi