The Doormen: Black clouds

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Bellissima, “Bright blue star” irrompe come un raggio di luce al mattino, appena dischiuse le imposte della camera. L’interazione fra basso/batteria, chitarra e voce è perfetta, valorizzata da un eccellente arrangiamento. Soddisfatti già al primo brano? Beh, non esageriamo e proseguiamo nell’ascolto di Black clouds, opera seconda dei ravennati The Doormen. “My wrong world” è un altro motivo vincente, anche se aderente ai canoni estetici riportati in auge da quel nugolo di gruppi che ormai tutti conosciamo. E’ new-wave declinata agli anni ’10, ma può andar bene anche così, viviamo in tempi di magra. Anche il secondo capitolo della breve vicenda dei TD supera con estrema agilità il traguardo della piena sufficienza; ma questa, ne sono convinto e lo spero di cuore, è solo una tappa di avvicinamento al conseguimento della piena maturità e, di conseguenza, di uno stile proprio, perché le basi sulle quali poggiano sono solide. E se a volte si potrebbe chiedere loro di osare di più, magari liberandosi dalle pastoie di un genere che sta palesando segni d’inaridimento ispirativo, ci si può accontentare. Permangono le ottime impressioni suscitate da “Silent suicide”, “We are the Doormen” e da questo pugno di canzoni dalla quali traspare la passione che questo giuovine quartetto infonde nelle proprie creazioni, e pure l’ammirazione per un’epoca lontana a apportatrice d’una lezione estetica, per nostra buona sorte, reiterata da schiere di devoti epigoni. Allargando un concetto già espresso su queste pagine: non serve mica venire da Manchester…

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