The Doormen: Plastic breakfast

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C’è chi individua una forma espressiva che confà alle proprie esigenze/aspettative, e si limita a limarla senza apportarvi sostanziali stravolgimenti. E’ evoluzione, seppur lineare, prevedibile. C’è chi invece ad ogni pubblicazione sorprende adottando soluzioni inedite, rimettendosi in giuoco. Mantenendo però fede alle origini, che mai vengono messe in discussione. E’ il caso dei The Doormen. Che chi legge Ver Sacrum conosce bene. Alfieri di una new wave aperta a contaminazioni, ad essere ibridata e ri-formulata. Sempre però con stile personale, netto. Prendersi dei rischi calcolandone la portata. Intelligenti e maturi.

Non fa eccezione Plastic breakfast, seguito di “AbstractRa” che apriva le porte alla psichedelia, sondandone con tatto le vene ed estraendone gemme d’ispirazione levigate e lucenti.

Le dieci nuove canzoni dei ravennati (tornati alla formazione quadrangolare), amici miei, sono quanto di meglio la wave chitarristica esprima oggidì. Quando li ascolto non posso fare a meno di riandare ai Comsat Angels (“U.R.U.”) ed a quella sparuta pattuglia di eroi minori che contribuì a porre le fondamenta sulle quali venne poi edificato il costrutto sonoro che ancor oggi trova forza per farsi ascoltare. Eleganza ed irruenza, ed il meglio deve ancora venire. Ma Plastic breakfast è nipote pure del movimento targato NYC, che si chiamino Interpol o The Strokes fa poca differenza, The Doormen procedono spediti, fanno da soli. E la facilità con la quale approcciano il rock enfatico, inglese fino al midollo? Ecco “Lay down” e “Shut up” a farci felici. Le scariche elettriche, gli Echo and the Bunnymen (“Autoreverse”), il sound (The Sound!) che trasmette una passione febbrile, una vivacità dominata a stento. Uno stile. Ed accantonate la nostalgia, che non v’è bisogno. Plastic breakfast è il presente, ma piacerà anche fra dieci anni.

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