Faun: Midgard

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Ad onta di chi li vuole finiti dopo il passaggio all’area della Universal, i Faun tornano, con il nuovo album Midgard, alla mitologia nordica: i quindici brani che esso contiene si riallacciano alla tradizione dell’antico nord disegnando ancora una volta atmosfere ricche di suggestione, popolate da riferimenti fantastici o connesse a mondi del passato dei Vichinghi e dei Celti, quando l’uomo viveva in quell’armonia con la natura che oggi non esiste più. Allo scopo, forse, di riconquistare quei fans che le recenti scelte stilistiche avevano allontanato, i nostri ristabiliscono i legami con il folk popolare, ma hanno l’accortezza di introdurre occasionali, gradevoli ‘variazioni’ dal sapore pop che, nel complesso, non danneggiano il buon livello generale. L’esordio è di quelli che fanno sperare: “Midgard Prolog” non dura che mezzo minuto circa, ma il pittoresco coro e i suoni ‘naturali’ di sottofondo ‘centrano’ perfettamente il nucleo del discorso dei Faun; curioso, tuttavia, che la seguente “Federkleid”, che pure si avvale di un arrangiamento ricco in cui il flauto è davvero eccellente e si apprezza la presenza di strumenti tradizionali medievali come la ghironda, sia stata considerata eccessivamente ‘pop’ e le sia stata preferita “Sonnenreigen (Lughnasad)”, ariosa danza ‘agreste’ ispirata all’omonima festa celtica del grano che, con diverse modalità, veniva celebrata un po’ ovunque in area europea. La nuova versione di “Alba”, il cui originale si trovava nell’album Eden ribadisce l’efficacia del brano, accentuandone la matrice folk, mentre “Nacht des Nordens” è sicuramente uno degli episodi migliori del lotto, pervasa di lirismo romantico in uno scenario malinconico ma dalle tinte vagamente magiche. Poi, “MacBeth” ci regala un momento di puro pathos, mentre la successiva “Gold und Seide”, completamente incentrata sul canto di Katja Moslehner, intendendo probabilmente mantenere lo stesso mood, appare invece lievemente melensa. Decisamente di rilievo la prestazione vocale di Stephan Groth nella successiva ballata “Brandan”, in cui si respira l’aria della leggenda ‘marinaresca’; “Odin”, quindi, composto con la collaborazione di Einar Selvik, vocalist della band norvegese Wardruna, è un altro dei pezzi forti dell’album e narra la leggenda del padre degli dei con una suggestione e un’intensità che rimandano alla migliore produzione dei nostri. Infine, dopo la bella versione della ballata popolare di provenienza seicentesca “Rabenballade” di cui si conoscono diverse cover realizzate da altri nel corso del tempo, “Lange Schatten” chiude, con note anche troppo morbide e mood molto melodico un disco che gli estimatori dei Faun non potranno, in ogni caso, lasciarsi sfuggire.

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