Faun: Märchen & Mythen

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Criticatissima, soprattutto in patria, la nuova release dei tedeschi Faun Märchen & Mythen. Il gruppo, del resto, da alcuni anni sta vivendo un momento controverso della sua carriera, con le accuse di aver abbandonato il genere pagan/medieval, per cui era ovunque apprezzato, a favore di una formula folk-pop che, in effetti, ha in Germania una lunga tradizione e gode di un ampio seguito. Märchen & Mythen sembra in effetti rispecchiare largamente tale formula, al servizio della quale i Faun pongono la loro innegabile professionalità, risultando a volte efficaci, a volte, invece, deludenti; i passaggi in cui riemerge la tipica armonia pervasa di elementi onirici e, qua e là, di misticismo, che ricordiamo dal passato, sono qui un po’ diminuiti, anche rispetto al precedente Midgard che aveva donato molti momenti di emozione. L’album è una sorta di concept su fiabe e miti, la maggior parte dei quali sono noti a tutti. Si inizia con un ‘intro’ raccontata dalla bella voce da affabulatore del doppiatore Otto Mellies, su uno sfondo fatto di cinguettii e suoni incantati: “Es war einmal”, con le splendide parole di Oliver Sa Tyr, accompagna l’ascoltatore in quel mondo immaginario che le tracce di Märchen & Mythen intendono, appunto, evocare. La ‘carrellata’ di fiabe inizia con “Rosenrot”, che si avvale di un gradevole motivetto a colori – come si diceva – pop, piuttosto che medievali e svela un appiattimento un po’ esangue delle caratteristiche più conosciute dello stile dei Faun. Subito dopo, però, “Seemann” e “Hagazussa” recuperano l’inclinazione poetica e la suggestione in modo soddisfacente e “Sieben Raben” restituisce a piene mani magia e fantasia agli ascoltatori un po’ scettici. Meglio sorvolare, tuttavia, sulla versione Faun di “Aschenbrödel” sulla base della melodia tratta dalla colonna sonora di un film su Cenerentola risalente agli anni ’70: un’operazione che poteva francamente essere evitata. Lo stesso giudizio negativo si adatta, poco dopo, a “Jorinde”, decisamente uno scivolone se consideriamo i livelli cui eravamo abituati. Peccato, perchè proprio alla fine dell’album troviamo altri episodi validi: “Die weiße Dame”, per esempio, oppure “Holla”, che ci riportano alla dimensione migliore della band, ricca di atmosfere sognanti ed evocative, vicine al carattere popolare più nobile, con belle prestazioni vocali da parte di Laura Fella e, nel secondo caso, di Stephan Groth. In chiusura, “The Lily”, trasognata e struggente, conclude il disco con classe e l’arrangiamento sicuramente migliore. Ricordiamo che l’edizione Deluxe contiene tre bonus tracks di valore, delle quali segnaliamo, in particolare, la cupa “Falada”.

TagsFaun
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