Un album senza i Bad Seeds e con la sola presenza di Warren Ellis è un’altra delle proposte di Nick Cave per uno dei periodi di peggior karma per l‘umanità. Carnage – così si è letto – è stato scritto di getto in fase di lockdown ma diverrà – ne siamo convinti – un punto centrale nella discografia del nostro, soprattutto perchè, pur mantenendosi in linea con la storia dei Bad Seeds – uno stile fra i più riconoscibili nella musica recente – si discosta dalla formula che caratterizzava gli ultimi Skeleton Tree e Ghosteen per ricercare un contatto empatico forte con il resto del mondo e ‘spiegare’ (‘musicare?’ ‘cantare?’) un dramma collettivo che, innegabilmente, si impone su tutto quanto. Torna prepotente il bisogno di sperimentare ma non è scisso dalla necessità di raccontare un dolore che non solo non è un fatto privato ma è anche carico di energia, positiva fino a un certo punto: l’autore, alla fine, è pur sempre il Re Inchiostro. Carnage, in sostanza, è un disco diverso ma non per questo risulta deludente, anzi, diciamo che ha fascino da vendere. Scorriamo la tracklist: l’opener “Hand of God” apre con un breve parlato e un contesto malinconico e pacato per evolversi poi in uno scenario teso e pulsante, sfondo adeguato a un intervento divino, la voce incomparabile che si staglia su coretti surreali. Subito dopo, in “Old Time”, un confronto a due diventa rievocazione in un panorama carico di tristezza ove persino la natura si riveste di colori funesti: gli archi contorti, l’andamento nervoso, qualche tocco magistrale di Ellis definiscono il senso di un’affanno senza speranza. Non si alleggerisce il clima nella title track, uno dei pezzi più oscuri e incredibili, che ritrae come pochi altri l’alternanza di dolcezza e dolore, qualcosa che appartiene, oltre che a Cave, all’epoca che stiamo vivendo e lui ci restituisce con miracolosa empatia; “White Elephant” fa riferimento a un episodio di cronaca, l’uccisione in USA di George Floyd, e il nostro lo ricorda con la durezza che conosciamo, riflettendola, da un lato, nello svolgimento lineare e implacabile, dall’altro nelle variazioni in chiave gospel. Ma quando si giunge a “Albuquerque” è difficile non gridare al capolavoro: una ballata struggente in cui anche le iniziali, semplicissime note di piano – un riff che è l’anima dell’intero brano – risultano toccanti, per non parlare del pathos del canto, che esprime il desiderio di condividere oppressione e sofferenza, la consapevolezza di una mancanza che è di tutti, il bisogno di andare in un altro posto, che sia Amsterdam o Albuquerque, ma … we won’t get to anywhere/Anytime this year. Quindi, “Lavender Fields” ritrova uno scenario onirico denso di malinconia, ove i ‘campi di lavanda’ si fanno quasi visibili fra suoni eterei e cori un po’ ‘esangui’, mentre “Shattered Ground” riporta al centro l’amore e una figura femminile ma senza alcuna serenità; infine “Balcony Man”, ultimo brano indimenticabile, parte da un minimalismo che è pura poesia ma crescendo si orienta verso un’armonia prossima alla perfezione e conclude con voce, piano e archi emozionanti un album da amare.