L’undicesimo album dei Faun ci porta ancora una volta una novità, ovvero la scelta di staccarsi dalla Universal per tornare a pubblicare con la loro etichetta. La decisione parrebbe rispecchiarsi positivamente anche sulla formula musicale, che sembra riconnettersi alle radici del loro stile rinunciando, almeno in parte, alle derive pop che tante critiche avevano suscitato, per esempio, nel 2019, all’uscita di Märchen & Mythen. Pagan è principalmente un disco folk con forti legami con natura e magia, i cui suoni sono più vicini, per limpidezza, alla tradizione, di quanto non lo fossero le soluzioni spesso ‘barocche’ preferite di recente. E’ in pratica un lavoro teso al recupero dell’anima popolare delle genti nordiche, ma risulta anche un ascolto piacevole e vario, un’immersione in atmosfere arcaiche e oscure al tempo stesso. La prima traccia, “Galdra”, si avvale del contributo vocale di Lindy-Fay Hella di Wardruna e, per altro, si tratta a mio avviso di uno degli episodi migliori, velato com’è da una sfumatura di magia e di malinconia al tempo stesso; la seguente “Halloween”, uscita anche come singolo, riprende l’inclinazione pop che ha caratterizzato la produzione recente della band senza tuttavia enfatizzarla e restando fedele ai canoni del folk più popolare e danzereccio, mentre in “Gwydion”, nella confezione di sonorità più veementi e l’introduzione di inusitate tonalità growl, si apprezza la partecipazione degli Eluveitie, gruppo folk metal svizzero. Poi, “Wainamoinen” ci regala un momento lieve e poetico con soavi note di arpa e canto armonioso e seducente, mentre “Tamlin” rimane nella scia della ballata folk con chitarra, archi e vari strumenti tradizionali, da sempre presenti nella musica dei Faun; “Neun Welten”, ispirata al pezzo strumentale “JØRD” di Niel Mitra (bellissimo a sua volta), lo arricchisce con parte vocale intensa e suggestivi cori. La traccia seguente “Lord Randal” è ancora un brano prezioso quanto breve, con le voci a contrasto di Oliver Sa Tyr e Laura Fella abbinate a suoni insolitamente oscuri e “Innisfree” è di nuovo una ballata struggente dal sapore anticheggiante, mentre in “Ran” le atmosfere si incupiscono vagheggiando paesaggi nordici punteggiati da grigi castelli. Ma “Baldur” restituisce un tocco di leggerezza evocando scene bucoliche e di analogo tenore la successiva “Caer” le cui sonorità appaiono ancora più ariose; “Zeit der Raben” esagera un po’ con l’elemento melodico tanto da risultare un filo zuccherosa, forse lo stesso neo che si rileva in “Liam” che conclude all’insegna del pop un album da considerare comunque una svolta, ricco di diversi episodi di ottimo livello.